Mostra Beyond the City of Time alla Galleria Rudolfinum: Le storie delle chimere nelle crepe della realtà

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Mostra Beyond the City of Time alla Galleria Rudolfinum: Le storie delle chimere nelle crepe della realtà

La Galleria Rudolfinum ha ospitato una creatura bizzarra di Sahej Rahal. Quali mondi plasmano le loro storie e come comunicare con loro?

Biologa e teorica Donna Haraway nel suo libro Rimanere in difficoltà: La formazione di parentela nel chthulucene (2016, traduzione italiana prevista per il 2025) parla del potere formativo delle storie: «Non è indifferente quali storie plasmano i mondi, quali mondi creano le storie.» Tra le storie e il mondo (i mondi) esiste un legame stretto, bidirezionale, che ne determina l’esistenza reciproca. Le storie che ci raccontiamo e che ci aiutano a spiegare la realtà, a darle significato, attivamente modellano la materia del mondo e insieme la nostra immaginazione. 

Un ruolo importante nell’opera di Rahal è svolto dalle nuove tecnologie insieme all’intelligenza artificiale, anche se l’autore stesso ama lavorare anche con il mezzo della pittura classica.

L’artista indiano Sahej Rahal nella sua pratica artistica si rivolge a queste storie, lasciando emergere crepe nelle loro trame e alterando giocosamente il substrato mitologico della realtà. La sua mostra personale Beyond the City of Time, curata da Eva Drexler e Edith Lázár alla Galleria Rudolfinum (fino al 10 maggio), trasforma lo spazio dell’istituzione in un campo interattivo, in cui ci muoviamo in compagnia di esseri oscuri e ibridi mitologici sventolanti ai confini tra media e mondi. 

Il paesaggio espositivo si snoda in un cerchio senza direzione preferita. Il motivo unificante diventa il fenomeno dell’illusione, che rappresenta un rapporto specifico con il mondo, derivante da costellazioni narrative condivise collettivamente, determinanti per la nostra percezione della realtà. Le sue diverse facce (fame, incantesimi, illusioni) incorniciano le singole sale espositive. A causa del pensiero moderno, che pone l’accento sulla componente razionale dell’essere e sulla ricerca di rivelare, rendere visibile e illuminare tutto ciò che è misterioso, siamo abituati a interpretare l’illusione in opposizione binaria alla realtà come menzogna, inganno, una sorta di distorsione del mondo che l’approccio razionale deve raddrizzare con cura. 

Rahal de-costruisce la logica modernista e l’illusione la considera come fondamento della realtà. Ma qui il suo lavoro non si ferma. L’artista smaschera, modifica, mescola, taglia a pezzi e poi riunisce in figure contro-mitologiche diverse. La contro-mitologia, tuttavia, non indica la volontà di eliminare il mito, ma di trasformare la base mitologica esistente. 

Pensare con l’illusione

La serie di dipinti Libro delle pagine mancanti (2018–in corso) si ispira alla tradizione dei manoscritti islamici miniati e confronta lo spettatore con ibridi i cui corpi sfuggono a una classificazione netta (spesso si tratta di assemblaggi di diverse religioni e correnti). Si tratta di un’opera mitopoetica che costruisce il caos. 




La simulazione interattiva AI Anhad (Non scalabile, 2023), attraverso un’entità instabile che si frantuma, si strappa e si ruota, risponde ai suoni dell’ambiente circostante (sebbene con un certo ritardo). Si allontana così dalla generativa intelligenza artificiale, che attinge dai dataset, operando invece tramite impulsi sensoriali. Gli arti diventano sensibili. Un mito indiano descrive il corpo cosmico di Manua, che fonda una stratificazione sociale rigidamente gerarchica (caste). La testa occupa una posizione sovrana, mentre le altre parti del corpo gradualmente perdono importanza e diventano subordinate. L’agency degli arti, nel caso di Anhada, de-costruisce questa ontologia verticale e anche il nostro bisogno di collocare l’intelligenza esclusivamente nel cervello. Il video è accompagnato anche da una traccia sonora – una canzone indiana derivante dalla tradizione della raga (un brano musicale con cui si può sintonizzarsi sulla musica primordiale e cosmica). 

La componente interattiva viene ulteriormente ampliata dal videogioco Test della mente distribuita (2024), in cui, usando diversi controller, manipoliamo un essere a tre zampe. Il gioco ipotizza un’intelligenza collettivamente condivisa, che si riversa tra i vari attori (i visitatori sono invitati a giocare in almeno due). Il tatto domina anche in un’altra installazione – Atithi (2025), in cui, con uno sciame di tentacoli sullo schermo, comunichiamo tramite piastre conduttive, che devono essere attraversate con entrambe le mani. Contrariamente alla fissazione modernista per la vista, l’artista valorizza il tatto come senso primario di conoscenza del mondo. L’inadeguatezza della dualità virtuale e reale viene dimostrata anche dalle sculture Pedoni (2013–in corso) – giganti “asfaltici” che migrano dagli schermi allo spazio della galleria.

L’opera di Rahal non rappresenta semplicemente l’illusione, ma la produce. Pensa con essa e attraverso di essa. Cerca deliberatamente di deviare la nostra percezione e di sfuggire al controllo. Il duo curatorio la colloca così in una posizione difficile. Come trasmettere al pubblico il caos? In che modo esporre e classificare opere che, con il loro contenuto, disturbano queste tendenze? Una delle strategie adottate è stata lavorare con il testo murale, ridotto al minimo. 

Data la natura interattiva e sensomotoria della maggior parte delle opere, in cui l’osservatore si sintonizza lentamente con l’opera attraverso l’implicazione corporea, l’assenza di lunghi testi mi sembra appropriata. Allo stesso tempo, va menzionato un altro aspetto formale del testo di accompagnamento, ovvero una certa poeticità del messaggio. A differenza dei soliti testi curatoriali, che cercano di descrivere didatticamente la mostra e le opere, qui troviamo frammenti di storie più “intrecciati”. Se si guardano con un’ottica esclusivamente educativa, possono sembrare un po’ complicati e poco chiari per il pubblico. La loro forza non risiede in spiegazioni semplici. Tuttavia, si inseriscono nel mosaico costruito dall’artista, che non illustra, ma crea storie proprie nelle fessure della realtà, invitandoci ad entrare. 

Foto Galleria Rudolfinum

Le opere di Rahal costruiscono mondi colorati che si aprono davanti a noi. Tuttavia, l’architettura della mostra e il lavoro complessivo con lo spazio sembrano in parte rinunciare alla costruzione di un mondo proprio e complesso, o volutamente sopprimono questa capacità. Strutture di legno sottili, tessuti discreti e pareti nude danno un’impressione di grande sobrietà. Piuttosto che cercare di ancorare fenomenologicamente (nel senso di una consapevolezza corporea cosciente dello spazio) lo spettatore nell’ambiente, si ritirano in secondo piano, spostando questa capacità e questa attenzione verso scene immersive, nelle quali ci si può immergere senza disturbi. 

Tale sottomissione all’ambiente galleristico, tuttavia, non è totale: in un breve tratto, l’architettura assume un ruolo più dominante e si trasforma in un tunnel che ci inghiotte, disorienta e termina in una porta. La “scala infinita” vicino ad Anhada, che integra anche un diagramma sul pavimento come chiave per la mostra, distrae leggermente la nostra attenzione. La grande superficie proiettiva domina comunque lo spazio espositivo. Il materiale scelto (legno) crea un contrasto visivo con l’interfaccia multimediale e l’estetica del videogioco e dell’AI, così come la struttura rigorosamente geometrica (ordine) crea tensione con il branco organico e gli enti ibridi (caos). 

Realità accartocciata

Un ruolo importante nell’opera di Rahal è svolto dalle nuove tecnologie insieme all’intelligenza artificiale, anche se l’autore stesso ama lavorare anche con il mezzo della pittura classica. Le nuove tecnologie sono soggette a un pensiero computazionale, cioè a un quadro mentale secondo cui si può riflettere sul mondo solo attraverso fenomeni e meccanismi computabili. Si verifica così un logoramento della complessità della realtà, ridotta a unità misurabili, scalabili, prevedibili e chiaramente definite, sotto il nostro controllo. 

L’artista rompe queste tendenze. L’intelligenza artificiale e il paesaggio in cui opera eliminano sia l’uomo che gli aspetti classificatori. Sebbene le entità reagiscano ai nostri input, non si può parlare di controllo (l’output è imprevedibile, la reazione ritardata). Il controllo implica una gestione che Rahal non consente chiaramente (eccezione è il Test della mente distribuita, dove il controllo è problematizzato dal gioco collettivo).

Invece del controllo, si verifica un dialogo più che umano, portato avanti da tocchi, tremori e suoni. In questi mondi creati si apre uno spazio per un’altra forma di intelligenza, che sfugge all’esperienza umana e al tentativo di modellare l’intelligenza artificiale per riflettere le nostre concezioni. La sua creazione non viene rilevata, non generata (nel senso di un taglio visivo), non misurata e non classificata, ma subverzivamente apre le porte ad altre forme di esistenza e relazione. 

Se il pensiero occidentale ha a lungo cercato di appiattire e levigare la superficie del mondo per eliminare angoli e pieghe, Sahej Rahal invece lo accarezza. Il risultato sono fessure, luoghi nascosti, in cui fermentano un groviglio di creature strane e storie alternative.

L’autrice è teorica dell’arte.