Il petrolio, una manna per l’Angola, un veleno per le sue coste e le comunità che ci vivono
Voxeurop
Un’inchiesta durata un anno rivela come gli sversamenti di greggio dalle piattaforme offshore operate dai giganti fossili europei e statunitensi privano le comunità locali delle risorse sulle quali si fonda la loro sopravvivenza e minaccia la loro salute – con buona pace delle dichiarazioni rassicuranti delle "Big Oil".
Ci sono volute cinquanta persone per trascinare la rete fuori dal mare. Non per il pescato – di pesce non ce n'era. Ma per il peso del petrolio. Un greggio dens marrone scuro, aveva intriso le maglie al punto che è servito lo sforzo congiunto di quasi l'intera comunità – uomini, donne e bambini – che vive vicino a Soyo, sulla costa settentrionale dell'Angola, per tirarla a riva.
“Come faremo a vivere... Guardate cosa ci stanno facendo!”, si sente urlare una giovane donna in un video che riprende il recupero della rete. Incontriamo Manuel e Raoul*, due pescatori, su quella stessa spiaggia dove sono state girate le immagini. Chiazze di petrolio macchiano ancora la sabbia, che è costellata di piante ingiallite e coperte di greggio e di granchi morti. “Ogni volta che c'è malemba [mare mosso], il mare porta il petrolio a rivae, dice Raoul, uno dei cinquanta del video. Va avanti così da anni, e per i pescatori che lavorano in queste acque da tutta la vita, la situazione sta solo peggiorando.
Da 13 anni, aziende petrolifere europee, britanniche e statunitensi estraggono greggio angolano, lasciando una scia di quella che i residenti descrivono come una distruzione sistematica e continua. Una piccola porzione di fondale angolano – Kizomba A nel Blocco 15, gestito da ExxonMobil e di proprietà congiunta di BP (Regno Unito), ENI (Italia),Equinor (Norvegia) e Sonangol (Angola) – ha causato, secondo la nostra analisi delle immagini satellitari, fuoriuscite cumulative di petrolio su un’area pari ad almeno 11 volte la superficie di Roma.
Il petrolio intasa le reti da pesca. Macchia di nero la manioca, le arance e le banane, e fa seccare gli alberi di cocco. Avvelena i pesci da cui dipendono per la sopravvivenza le comunità delle province settentrionali di Zaire e di Cabinda, eppure, a volte, li mangiano, perché l’alternativa è soffrire la fame. Molti rimangono senza mangiare per giorni, mentre altri ritengono di non avere altra scelta che consumare il cibo tossico, esponendo gli abitanti a potenziali agenti cancerogeni e disturbi gastrointestinali. Anche l’idrogeno solforato tossico rilasciato dalle attività di estrazione del petrolio e che permea le coltivazioni di banane, rappresenta un pericolo per le vie respiratorie. Il suo odore sulfureo, simile a quello delle uova marce, provoca nausea e vomito alle popolazioni locali.
Un portavoce di ExxonMobil ha dichiarato: "Le nostre ispezioni non hanno riscontrato alcuna evidenza di anomalie operative, guasti alle apparecchiature o perdita di contenimento dalle strutture del Blocco 15 che possano giustificare la chiazza osservata o i presunti impatti."
Nonostante le denunce di numerose comunità costiere di Zaire e di Cabinda, le fuoriuscite continuano.

La portata del problema
Dalle immagini satellitari non sembrano individuarsi perdite di petrolio prima dell’installazione della piattaforma Kizomba A nel 2002. I primi segni di petrolio sulla superficie del mare sembrano comparire nel 2003, quando è iniziata l’estrazione. Avvistamenti sporadici sono continuati fino al 2007, quando le fuoriuscite di media entità hanno iniziato a persistere per settimane alla volta. Nel 2013 erano ormai diventate permanenti.
Da allora, secondo l’analisi delle immagini satellitari, nel Blocco 15 paiono essere stati sversati ogni giorno almeno 19 barili di petrolio su una superficie di 3 km².
Questa quantità è sufficiente a coprire un volume complessivo di 14.235 m³, che corrisponderebbe a una superficie pari a circa 2 milioni di campi da calcio. Le immagini satellitari consentono di individuare la superficie della fuoriuscita di petrolio, ma non il suo spessore. Negli ultimi 13 anni, le fuoriuscite potrebbero quindi ammontare a una quantità quasi pari a quella del disastro della Deepwater Horizon, ovvero 944 barili al giorno, per un totale cumulativo di 711.750 m³.
Il divario tra questo dato e i dati ufficiali dell’Angola è netto. Sulla base di sette anni di dati, l’agenzia nazionale per il petrolio e il gas ANPG riporta una media di soli 450 barili sversati all’anno, in tutti i blocchi offshore del paese. Si tratta di una frazione della cifra minima stimata per il solo Blocco 15. Né ExxonMobil né i suoi partner riportano i volumi delle fuoriuscite suddivisi per paese, rendendo difficile una verifica indipendente; l’analisi satellitare è quindi diventata uno degli unici strumenti a disposizione delle comunità e dei ricercatori.
“L'analisi mostra abbondanti prove di uno scarico continuo di petrolio che, sulla base delle immagini satellitari, non esisteva prima del 2002; ciò suggerisce che questo petrolio galleggiante sia prodotto da un intervento umano, considerata anche la vicinanza alle infrastrutture dei produttori di petrolio”, ha commentato Oscar Garcia, geoscienziato e fondatore di Water Mapping LLC, dopo aver esaminato i risultati dell’inchiesta.
ExxonMobil attribuisce gli sversamenti a un'infiltrazione naturale. «Infiltrazioni naturali di idrocarburi sono presenti nelle acque offshore dell'Angola e sono antecedenti alle operazioni di ExxonMobil nel Bloco 15. Rilievi hanno identificato infiltrazioni di origine naturale a circa un chilometro a nord degli impianti di Kizomba A, compatibili con la chiazza osservata», ha dichiarato il loro portavoce. L'azienda non ha risposto alla nostra richiesta di un campione del petrolio sversato, che avrebbe permesso ai ricercatori di verificare la sua tesi sull'infiltrazione naturale.
“ExxonMobil ha coinvolto le autorità competenti e continua a monitorare l'area e a valutare i dati disponibili.”
I ricordi degli stessi abitanti coincidono con i dati satellitari.
Evocano le fuoriuscite più gravi, a loro dire avvenute nel 2003, nel 2005 e nel 2025 a Cabinda, e nel 2020 vicino a Soyo, con fuoriuscite minori quasi costanti nel periodo intermedio. “Sono morti persino i nostri padri, che avevano smesso di occuparsi di questo problema“, afferma José, un pescatore di Cabinda. Il suo collega António, riflettendo sui 52 anni trascorsi a pescare in queste acque, lo esprime in modo ancora più schietto: “Abbiamo estrazione petrolifera e fuoriuscite dal 2003 e ora siamo nel 2026. Il problema qui con la pesca è questo: siamo proprio fottuti.”
L’analisi dei dati relativi ai venti e alle correnti prevalenti intorno al Blocco 15 conferma la testimonianza dei residenti secondo cui è probabile che una parte delle fuoriuscite rilevate raggiunga la costa.
Petrolio: una ricchezza che non si diffonde a cascata
In quanto terzo produttore africano, l’economia dell’Angola dipende profondamente dall’estrazione di combustibili fossili. “L’economia angolana segue il ritmo dell’industria petrolifera“, spiega l’economista Carlos Rosado Carvalho. “ Se l’industria petrolifera va bene, l’economia prospera. Se l’industria petrolifera è in difficoltà, l’intera economia ne risente“.
Il paese estrae poco più di un milione di barili di greggio al giorno, generando il 60% di tutte le entrate pubbliche. Eppure quella ricchezza non arriva quasi per nulla alla popolazione che vive nelle zone di estrazione: oltre il 53 per cento degli angolani vive con meno di 3,65 dollari al giorno, la soglia di povertà fissata dalla Banca Mondiale per i paesi a reddito medio-basso.
A Soyo e Cabinda – proprio le regioni che generano la maggior parte della ricchezza fossile della nazione – le lunghe code per il carburante sono all’ordine del giorno: “A volte aspettiamo anche fino a tre ore“, racconta un abitante del posto. Il governo limita il prezzo ufficiale del carburante a 420 kwanza (0,40 €) grazie ai sussidi, ma le stazioni di servizio rimangono regolarmente a secco e, quando questo accade gli abitanti si rivolgono al mercato nero, dove lo stesso carburante può costare il triplo del prezzo ufficiale. Nei villaggi remoti e isolati, situati più al largo lungo la costa, i prezzi salgono ancora di più. La stessa risorsa che gli abitanti faticano a procurarsi è quella che sta probabilmente distruggendo le loro vite, la loro pesca e i loro raccolti.
Chi è responsabile
Nonostante questi dati, lo scorso anno a ExxonMobil e ai suoi partner è stata concessa una proroga della licenza di produzione per il Blocco 15, che consentirà di mantenere l’attività nel giacimento fino al 2037. “E come faremo?“, ha chiesto Pedro Neto, pescatore di Zaire, mentre gli altri pescatori si portavano le mani alla testa alla notizia della proroga. “Come faremo con tutto questo petrolio?“
Il Blocco 15 è solo uno degli almeno 14 blocchi offshore attualmente in produzione lungo la costa dell’Angola. Gli abitanti ritengono che l’effetto cumulativo di tutta questa attività stia causando fuoriuscite che spesso non possono essere ricondotte a un’unica fonte. La statunitense Chevron, che gestisce il Blocco 0 al largo di Cabinda, rientra in questo quadro più ampio ed è stata coinvolta nella gestione delle fuoriuscite nella zona.
Insieme, i Blocchi 15 e 0 rappresentano quasi il 30% della capacità produttiva totale di petrolio dell’Angola, secondo i dati ANPG del 2025, rendendoli un pilastro fondamentale di uno Stato petrolifero ancora fortemente dipendente dal greggio.
Il petrolio estratto da queste acque non rimane in Angola. Secondo i dati raccolti dalla piattaforma di intelligence marittima Kpler almeno 13 paesi – tra cui Cina, India, Stati Uniti, Canada, Spagna e Italia – hanno ricevuto forniture, con oltre 370 milioni di barili inviati a raffinerie e impianti in Asia, Nord America ed Europa nel corso degli anni in cui si sono verificate queste fuoriuscite.
Le attività offshore minacciano l'ecosistema marino ricco e variegato. I piccoli pesci pelagici, tra cui il sugarello del Cunene, rappresentano la maggior parte del pescato commerciale dell'Angola, mentre specie migratorie più grandi come il tonno attraversano queste stesse acque.
Oltre allo stock ittico commerciale, queste acque ospitano lamantini, delfini e balenottere azzurre che migrano verso le zone di riproduzione al largo del Gabon. Anche i pesci demersali sono ampiamente diffusi lungo la costa in acque con profondità inferiore ai 200 metri, mentre le tartarughe marine, specie a rischio, popolano le acque costiere e dipendono dal litorale adiacente per la nidificazione.
La linea costiera dell'Angola comprende habitat fondamentali, tra cui mangrovie e praterie di marine, mentre più al largo si trovano barriere di coralli d'acqua fredda. Almeno otto specie sono legate alle mangrovie della zona, due alle praterie marine e due ai coralli d'acqua fredda.
“Ci sono giorni in cui non mangiamo nemmeno“
Per tutti coloro che vivono lungo questa costa, le conseguenze di questo divario si misurano in chili di pesce, non in barili di petrolio. “Ci sono giorni in cui non mangiamo nemmeno… ogni singolo giorno siamo in mare“ ha detto João. “Prima tornavamo a casa con 30 chili di pescato fresco. Tre giorni fa sono tornato senza nemmeno un pesce“. Sardine e corvine, un tempo alimenti di base, sono “diminuiti drasticamente“. “Quando c’è una fuoriuscita “normale” che dura da tre a quattro giorni, non prendiamo pesce, ma ora, dal 4 giugno [meno di un mese prima della nostra visita], non ne abbiamo più preso“, aggiunge Raul.
Le due comunità di Cabinda affrontano gli stessi problemi. “Dopo [una] fuoriuscita non abbiamo potuto pescare per tre mesi, il mare non stava bene“, racconta il pescatore José. I pescatori di un’altra comunità di Cabinda spiegano che a volte i pesci che catturano sono già morti o puzzano di petrolio quando vengono aperti, ma li mangiano comunque.
Quando il pesce scarseggia e i raccolti sono rovinati, la comunità ricorre alle foglie di manioca come fonte di proteine. Il kizaka, uno stufato angolano a base di foglie di manioca pestate, olio e arachidi, è un alimento base per molti in questi periodi. Ma nemmeno questa risorsa di riserva è affidabile: “I nostri campi sono marci… Quando le raccogliamo, spesso sono già marce, piene di insetti e con quell’odore di fermentato“, dice João, e gli abitanti di Cabinda gli danno ragione. In un’altra comunità di Cabinda raccontano che arance e mandarini hanno smesso del tutto di crescere.
La scarsità di cibo è aggravata dalla mancanza di accesso all’acqua potabile. “L’acqua qui è solo sofferenza“, aggiunge Pedro Neto. “Sono cinque anni che non viene distribuita acqua potabile filtrata; beviamo direttamente dal fiume“.
Il costo per la salute
Infermiere e infermieri di Zaire e l’ex segretaria alla sanità di Cabinda hanno riferito a Voxeurop che i registri dei pazienti mostravano un aumento di casi di influenza, infezioni cutanee, malaria e malattie gastrointestinali, aumenti che collegano all’inquinamento da petrolio sia durante la stagione calda che in quella fredda. “Quando si osserva una fuoriuscita di petrolio nell’acqua, si registra una maggiore frequenza di influenza, malattie diarroiche acute e vomito“, ci racconta un infermiere che ha chiesto di rimanere anonimo, mostrando i registri dei pazienti. “Le loro vite dipendono dal mare“. Hanno collegato le malattie gastrointestinali, compresa l’intossicazione alimentare, al consumo di pesce inquinato da cui dipendono le comunità; le infezioni cutanee sono state associate all’acqua di mare inquinata.
“Entriamo in acque costantemente inquinate e questo ci provoca la comparsa di bolle sulla pelle, ma dobbiamo comunque entrare nell’acqua. Che altro possiamo fare?“, si chiede Paulo, un abitante di Cabinda. Anche febbre, stitichezza, tosse e disidratazione dovuta alla diarrea erano comuni, con i bambini che manifestavano i sintomi più gravi, secondo gli operatori sanitari. La dottoressa Carlotta Tati, ex segretaria alla sanità di Cabinda – che si è dimessa a causa di una situazione che ha descritto come corruzione generalizzata e uso improprio delle risorse pubbliche – dice di aver osservato un aumento dei casi di cancro che collega all’estrazione petrolifera, aggiungendo che le autorità statali non pubblicano questi dati.
Ora lavora in una clinica privata e aspira a condurre ricerche sulle questioni sanitarie che affliggono l’Angola. “Da molto tempo ormai nessuno studia le cause di questi tumori, ma qui l’incidenza è molto alta“, dice. Descrive tassi elevati di tumore al fegato, che associa al cibo contaminato, e di tumore ai polmoni tra gli operai petroliferi di lunga data. “Qui, persone di 41 anni muoiono di cancro, e non siamo una popolazione di fumatori“. Va notato che nessuno studio epidemiologico ha stabilito un nesso causale tra l’estrazione petrolifera locale e questi tassi di cancro in Angola; le osservazioni della dottoressa Tati riflettono le sue cartelle cliniche, che non può divulgare, piuttosto che un’indagine ufficiale di sanità pubblica.

“Il nostro mare è così inquinato che io personalmente non ci nuoto“, aggiunge. “ Ai bambini piace andare in spiaggia, ma soffrono costantemente di problemi alla pelle. Il nostro mare non è limpido e blu, è un’acqua marrone e torbida. Molte persone hanno problemi di pelle e a volte abbiamo anche riscontrato alcuni casi di tumore della pelle“.
Ma a Cabinda l’accesso all’assistenza sanitaria è limitato. I residenti affermano che il centro sanitario locale è disponibile per le visite, ma non per gli esami necessari a stabilire la terapia corretta. “A volte ci danno medicine senza fare gli esami“, dice Francisco. “Ma non funziona così, bisogna fare gli esami per ottenere la prescrizione giusta… Non possiamo fare affidamento sul centro sanitario, ognuno deve darsi da fare per curarsi tramite cliniche private.“
I residenti sia nella provincia di Zaire che in quella di Cabinda descrivono un impatto fisico più immediato causato dall’inquinamento stesso: l’odore. “Anche se siamo lontani nella foresta, lo sentiamo, di solito verso le 15:00-16:00. È il solito odore di uova marce, ci fa venire la nausea”, dice Francisco. Ciononostante, continuano a lavorare. “La nostra energia non si esaurisce. Deve continuare.”
Dai fatti alle parole
Le aziende che operano in queste acque descrivono i propri risultati in materia di sicurezza come di grande successo. A diverse migliaia di chilometri di distanza dalle coste dell’Angola, la texana ExxonMobil sostiene di avere una “mentalità a zero sversamenti”. Equinor afferma che la sua “visione è zero danni“. Nel Regno Unito, BP dichiara: “Nessun incidente, nessun danno alle persone e nessun danno all’ambiente“. In Italia, l’ENI opera per “ridurre a zero gli incidenti e salvaguardare le persone, l’ambiente e i beni“. La filiale angolana di Chevron, la Cabinda Gulf Oil Company, include “Proteggere le persone e l’ambiente“ tra i propri valori fondamentali.
La legge angolana non lascia questa questione all’impegno volontario. Il Decreto esecutivo n. 11/05 richiede che ogni fuoriuscita superiore a un barile o qualsiasi impatto ambientale significativo vengano segnalati. Tutte le società devono disporre di piani di prevenzione degli sversamenti e adottare “misure adeguate ed efficaci“ per controllare e bonificare qualsiasi fuoriuscita, compresa la “richiesta di assistenza ad altre società petrolifere“ se necessario. Le società che non si conformano sono soggette a multe comprese tra 5.000 e 500.000 dollari, o alla sospensione totale delle attività di estrazione. Tutte le società proprietarie di un blocco – non solo l’operatore – sono responsabili in solido. In questo contesto normativo i documenti sulla sostenibilità presentati dalle stesse società descrivono operazioni straordinariamente pulite.
La “bomba al carbonio” angolana
Il settore del petrolio e del gas rappresenta oltre l’80 per cento delle emissioni interne di CO₂ dell’Angola, e la sua impronta climatica globale si estende ulteriormente una volta che il greggio viene esportato e bruciato all’estero. Nel corso della sua storia operativa, il Blocco 15 ha prodotto circa quattro miliardi di barili di petrolio. Considerando le emissioni totali dell’intero ciclo di vita di queste riserve, il progetto presenta un’impronta climatica globale che supererebbe la soglia di un gigatonnellate di CO2 – un miliardo di tonnellate – necessaria per classificarlo come “bomba di carbonio”.
“Le emissioni di gas serra di un paese pieno di CO2 come l’Angola sono enormi”, spiega Kjell Kühne, direttore di LINGO. “In questo contesto, un singolo giacimento petrolifero come il Blocco 15, nel corso del suo ciclo di vita, può generare tanta CO₂ quanta ne emettono le principali economie industriali come la Germania o il Regno Unito nell’arco di diversi anni“.
Nel suo ultimo rapporto sulla sostenibilità, ExxonMobil ha dichiarato zero fuoriuscite di petrolio legate alle proprie navi a livello globale, insieme a una media di 267 incidenti non marittimi all’anno nelle sue operazioni globali negli ultimi cinque anni. Eni ha segnalato solo 10 fuoriuscite accidentali dai propri giacimenti non gestiti direttamente – in cui detiene una partecipazione finanziaria ma affida le operazioni quotidiane a un operatore – a livello globale nel periodo 2024-2025, per un totale di 321 barili. BP dichiara 110 fuoriuscite di petrolio nel 2025, di cui ne ha contenute 57. Equinor riporta un indicatore di incidenti, segnalando un valore generale di 0,58 come “frequenza mensile di fuoriuscite di petrolio e fughe di gas”. Per il 2025, l’ANPG ha segnalato solo 20 barili distribuiti su tre incidenti a livello nazionale. (1)
Gli standard europei di rendicontazione sulla sostenibilità impongono alle aziende dell’Ue di rendere pubblici gli impatti ambientali e di governance a livello globale, non a livello nazionale. “La divulgazione delle fuoriuscite specifica per località non è un obbligo universale“, conferma il Gruppo europeo per la revisione della consulenza in materia di principi contabili (EFRAG), sottolineando che questo livello di dettaglio è richiesto solo quando le informazioni sono ritenute “rilevanti”, lasciando alle aziende la libertà di decidere se una fuoriuscita locale sia sufficientemente significativa da essere resa pubblica.
“L’amministrazione locale sa tutto“, dice António, un membro particolarmente rispettato di una delle comunità di Cabinda. “Stiamo già soffrendo. Le persone che dovrebbero risolvere i problemi della gente non sono qui“.
Manodopera a basso costo, senza possibilità di ricorso
Quando le fuoriuscite sono così ingenti da richiedere un intervento di bonifica, i pescatori raccontano che spesso sono proprio loro a essere chiamati a farlo come “lavoro volontario”, in modo informale, con attrezzature limitate e per un compenso irrisorio. Le ricevute che abbiamo potuto visionare mostrano che, dopo una grave fuoriuscita nel 2025, la Chevron – che gestisce il Blocco 0 al largo della costa dell’enclave angolana di Cabinda tramite la sua controllata, la Cabinda Gulf Oil Company Limited – ha reclutato residenti locali per ripulire la spiaggia per circa 200 dollari in due settimane, descrivendo l’accordo come “attività volontarie con pagamento volontario”.
Ai lavoratori sono stati forniti stivali di gomma, guanti e maschere di base, ma, da quello che riferiscono, senza nessun contratto formale e nessuna assicurazione. Secondo quanto riferito, un’ambulanza era tenuta pronta in zona.In altre località lungo la costa i pescatori descrivono accordi simili a seguito di altre fuoriuscite: assunzioni informali, retribuzione minima e attrezzature che non vengono mai sostituite.
“Dopo la fuoriuscita non siamo più riusciti a lavorare, abbiamo chiesto un nuovo set di reti da pesca, ma non l’abbiamo mai ricevuto“, ha detto João, un altro pescatore di Zaire, aggiungendo che avevano avvisato le autorità locali che la fuoriuscita aveva raggiunto i tre o quattro metri dalla costa. “Subiamo queste fuoriuscite ogni giorno.“
Pescatori vicino a Soyo alle prese con petrolio fuoriuscito in mare, maggio 2026. | Video fornito dalla comunità locale.
Il caso Chevron e la bonifica volontaria
La Chevron ha già affrontato conseguenze formali in passato: il governo angolano ha infatti multato l’azienda in precedenza per un incidente ambientale a Soyo. La documentazione visionata da Voxeurop mostra però che l’azienda continua a negare la propria responsabilità in senso più ampio. Nel sud di Cabinda, un consorzio di oltre 1.000 pescatori locali sta ancora lottando in tribunale per ottenere un risarcimento per una catastrofica fuoriuscita del 2005 che ha portato alla sospensione delle loro attività di pesca per tre mesi. Secondo gli atti processuali, la Chevron ha inviato un elicottero con a bordo un proprio esperto ambientale, il quale alla fine ha affermato che la distesa scura non era una chiazza di petrolio, ma uno sviluppo di alghe su larga scala.
Hélder da Cruz, l’avvocato dei pescatori, sostiene che il ritardo stesso sia prova di qualcosa che non va: “Oggi nella causa si stanno compiendo azioni che non sono procedurali, ma extragiudiziali“, dichiara. “Ci sono speculazioni e avidità da parte di individui non identificati coinvolti nel caso che, purtroppo, ne stanno ostacolando lo svolgimento.” “Se la Chevron fosse ritenuta responsabile dell’inquinamento dei mari al largo di Cabinda, si creerebbe un precedente. Penso che sia proprio questo che la Chevron vuole evitare: si sta sottraendo alle proprie responsabilità esclusivamente per proteggere la propria immagine”, aggiunge.
Se il caso dovesse mai risolversi a loro favore, i pescatori dicono di sperare di utilizzare il risarcimento per aprire uno spaccio e migliorare i propri mezzi di sussistenza legati alla pesca e all’agricoltura.
Rispondendo a Voxeurop, un portavoce di Chevron ha dichiarato: "Chevron è impegnata a svolgere operazioni sicure e responsabili e a proteggere le persone, le comunità e l'ambiente."
Il punto cieco normativo
Il caso Chevron è in stallo da due decenni in parte perché nulla al di fuori dei tribunali angolani sta imponendo una risoluzione. Come chiarisce la dichiarazione dell’EFRAG sopra riportata, le norme europee in materia di divulgazione non impongono alle aziende di segnalare le fuoriuscite a livello nazionale – lasciando comunità come quella dei pescatori di Cabinda con scarse possibilità di pressione esterna anche quando le normative del paese di origine dell’azienda sono, sulla carta, rigorose. Il vuoto di responsabilità non è solo di natura giudiziaria. È strutturale, insito nel modo in cui – e se – questo tipo di danno venga segnalato.
Eppure, per le persone che ne subiscono le conseguenze, nulla di tutto ciò è astratto.
“Oltre a costituire una violazione delle loro stesse politiche ambientali aziendali, questi sversamenti violano chiaramente i diritti delle comunità colpite in Angola”, ha dichiarato Harj Nerulla, uno dei principali avvocati di Doughty Street Chambers specializzato in contenziosi climatici. “Sversamenti di petrolio di questo tipo portano spesso a ingenti risarcimenti alle vittime, che possono potenzialmente raggiungere centinaia di milioni o miliardi di dollari. Ad esempio, la BP ha pagato oltre 65 miliardi di dollari per ripulire lo sversamento della Deepwater Horizon, incluse ingenti transazioni finanziarie con le comunità e i governi colpiti.”
“Ricordatevi di noi. Soffriamo a causa del petrolio“
“Qui siamo molto esposti alle piattaforme di estrazione; qualsiasi goccia [di petrolio] versata in acque profonde… arriverà fin qui“, dice Mateus, un pescatore di una comunità di Cabinda, con un senso di rassegnazione. “Dovremmo essere risarciti per i danni subiti, almeno per le attrezzature. Qui ci sono fuoriuscite più grandi ma anche più piccole che si verificano costantemente. Per quelle nessuno si assume la responsabilità.”
“Non chiediamo un’attenzione costante; il paese è grande”, aggiunge. “Proprio come noi molte persone sono in difficoltà, ma vorremmo che il governo non ci ignorasse del tutto: ricordatevi di noi, soffriamo a causa del petrolio.” E, indicando le piattaforme che si scorgono al largo, conclude: “Qui ci sono molti giovani che lavorano nei giacimenti petroliferi e conoscono i segreti del petrolio.”
*Tutti i nomi delle persone Asono stati cambiati e i nomi delle comunità coinvolte omessi per garantire la loro sicurezza.
- BP, Azule Energy, ANPG, il Ministero della Salute e il Ministero dell'Ambiente angolani non hanno risposto alle richieste di commento. Equinor ha rimandato ogni commento a ExxonMobil. Un portavoce di Eni ha dichiarato che "Eni non ha alcun interesse diretto nell'asset" e ha reindirizzato le domande relative alle operazioni del Blocco 15 a Exxon, l'operatore.
🛰️ Il rilevamento satellitare dello sversamento di petrolio a Kizomba A e tutte le relative analisi delle immagini sono stati condotti dal ricercatore indipendente Guillermo Tamburini-Beliveau, le cui scoperte hanno rappresentato il punto di partenza dell'indagine.
🤝 Con il sotegno di Journalismfund Europe.

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