Ottobre a Parigi

Kapitál
Ottobre a Parigi

«Un giorno dovremo scrivere la storia della nostra insignificanza – svelare la densità del nostro narcisismo.» Roland Barthes, L’impero dei segni Se si vuole comprendere l’essenza della storia, basta confrontare Erode con la stampa dell’epoca, scrive Walter Benjamin nel suo saggio Parigi, capitale del XIX secolo. Le opinioni su tutto ciò che si cela dietro le proteste di massa in Francia nascono perlopiù in base alla parte del mondo moderno da cui proviene l’autore o l’autrice. Se provenite da quei Paesi europei nei quali, dopo il 1989, un’enorme quantità di persone ha potuto lasciarsi conquistare dall’idea, progressivamente normalizzata, dell’universalità civilizzatrice del mondo euroatlantico, identificata con il capitalismo illimitato, molto probabilmente parlerete di una cospirazione della Cina, dell’Iran, degli islamisti o della Russia, che attaccano dalla «giungla» mondiale il «giardino Europa». Se venite dalla Francia o semplicemente non considerate le metropoli occidentali una caffetteria celeste, dove persone simili alle lucertole di Baudelaire si crogiolano al sole proprio all’ingresso del paradiso, e inoltre avete la fortuna di non «avere paura» di unirvi ai manifestanti, direte che le persone vogliono «solo» potersi permettere il cibo, ricevere una buona istruzione e non temere di rimanere senza un tetto. E se fosse solo lì! Le proteste in tutta Europa e nel mondo moderno dimostrano che le persone sono stanche della disuguaglianza sociale, dei doppi standard del diritto all’«umanità» e del mantenimento dell’idea coltivata che il colonialismo sia terminato con la proclamazione degli Stati indipendenti. E che rifiutano di considerare una società sequestrata dai miliardari, con il sostegno del consenso fabbricato della semiperiferia dell’Europa orientale, come il sognato mondo libero per tutti gli «intraprendenti». Parigi non è un sogno Anche quando arrivai per la prima volta a Parigi era ottobre. Un bellissimo autunno caldo e dalla Gare du Nord camminai direttamente verso Montmartre, dove mi addormentai su una panchina. Una delle prime immagini parigine nella mia mente è quella di una donna nera che entrò nel Sacré-Cœur subito dopo di me. Si fece il segno della croce con urgenza, si chinò verso terra e io vidi che non pregava soltanto con tutta la sua anima, ma che nel tremore del suo corpo pregavano anche tutti i desideri delle persone le cui vicende l’avevano condotta fin lì. Dalla corona di fiamme ardenti mi guardò la Vergine a Chartres Il sangue del vostro Sacro Cuore mi bagnò a Montmartre Sono malato per questo quando sento quelle parole benedette L’amore di cui soffro è la mia malattia segreta E l’immagine che ti ossessiona ti aiuterà a sopravvivere all’angoscia e alla veglia Sempre presso di te dimora quell’immagine che fugge verso il non ritorno... Con lo sguardo pieno di fuoco uscì e si perse in un mare di aste per selfie. Su uno dei muri brillava la scritta spruzzata «Parigi non è un sogno». Quando il 17 ottobre di quest’anno uscii dalla metropolitana a circa due fermate da Place de la République, dove alle quattordici sarebbe dovuta iniziare un’altra delle grandi manifestazioni annunciate, mi inserii naturalmente nella folla di giovani che camminavano nella mia stessa direzione. Mi invase una piacevole sensazione, la consapevolezza del motivo per cui alla fine avevo amato Parigi, anni prima. La città quasi mitologica nell’immaginazione delle persone di tutto il mondo, per me non era mai stata un «sogno» né mi aveva attratta in modo particolare. Troppo moderna, troppo nota, aggressiva e spietata, troppo idealizzata, troppo costruita, chic. Avevo però sottovalutato il fascino irresistibile del lato oscuro di questo calderone della modernità, laboratorio della storia e dei contrasti europei, promessa di speranza per tutti gli emarginati del mondo. ... In lacrime vedi i poveri emigranti partire Credono in Dio, pregano, le donne allattano i loro bambini Il loro odore riempie la sala della stazione Saint-Lazare Come i tre re credono nella loro stella, nel successo futuro Pensano che in Argentina il loro destino cambierà E che torneranno a casa dopo aver fatto fortuna Una di quelle famiglie porta una bandiera rossa come il vostro cuore Quella bandiera e i nostri sogni sono ugualmente spettrali Alcuni emigranti si fermano e rimangono qui Nei tuguri di rue des Rosiers o di rue des Écouffes Spesso li ho visti la sera uscire a prendere aria Raramente si muovono dal posto come pezzi degli scacchi Sono soprattutto ebrei e donne con le parrucche Siedono esangui e sorvegliano i negozi bui... Solo che oggi, nei tuguri, gli ebrei menzionati sono stati sostituiti da algerini, tunisini, senegalesi, congolesi o persone provenienti dalla campagna francese in declino, che nella spietata macchina della grande città non riescono a trovare il proprio posto. Non esiste al mondo una poesia sulla modernità come la Zone ( Zona ) di Apollinaire. Sei a Parigi, interrogato dal giudice, come un criminale arrestato e condotto in prigione... C’è qualcosa di esaltante nel fatto che, nonostante le ingiustizie storiche e le differenze che allontanano le persone di ogni ceto sociale e origine, alle manifestazioni parigine regnasse esattamente quell’universalismo di cui scriveva Immanuel Wallerstein. Era il momento in cui, dopo le stragi in Iraq e il fatto che Raqqa e Mosul fossero state rase al suolo, appariva chiaramente che la precedente idea universalistica di esclusiva origine europea non avrebbe mai potuto essere giusta: sarebbe sempre stata razzista e, in quanto tale, potenzialmente generatrice di fascismo. Il free trade , il libero commercio imposto dalle cannoniere e dalle bombe guidate dai computer, indirizzerà i propri profitti quasi esclusivamente alle élite finanziarie dell’Europa occidentale e degli Stati del colonialismo d’insediamento bianco in Nord America e Australia. E la libertà del lavoro diventerà un eufemismo per il lavoro schiavistico. El pueblo unido jamás será vencido Le persone intorno a me chiedono sui loro striscioni esattamente ciò che da un mese è la causa principale delle proteste: un’istruzione migliore, condizioni abitative migliori, meno accesso razzialmente condizionato a condizioni di vita dignitose, il rifiuto del governo dell’oligarchia e del sostegno agli armamenti. A dominare sono studentesse e studenti, sindacalisti e sindacaliste ben visibili, e i gilet gialli. Persone provenienti dall’America Latina esprimono sostegno ai connazionali rimasti a casa, che nello stesso periodo affrontano violente repressioni della polizia in Argentina, soprattutto a Buenos Aires. E, come apprendo più tardi da fonti che riportano informazioni dalle Americhe, repressioni subiscono anche i partecipanti alle assemblee e ai cortei in Ecuador, Colombia, Brasile e negli Stati Uniti. Sul boulevard parigino le persone calano dai balconi teli con la scritta «Gli artisti sono con voi» e formano orchestre da camera improvvisate che suonano Aznavour, Quilapayún, l’Internazionale . La società qui è esattamente così: internazionale. Parigi è ancora in un certo senso la capitale del mondo, come la definì Walter Benjamin alla vigilia della seconda guerra mondiale. Quando corro su per le scale verso la parte rialzata del boulevard, la vista è esaltante. La folla che sfila non ha fine. Da un lato si profila già la statua di Marianne in Place de la République, dall’altro avanza un fiume di persone che cantano. Dalle finestre i residenti che guardano danno il ritmo e la massa sottostante si unisce. Mentre i notiziari del mondo si preparano già alle prime formulazioni sui manifestanti violenti e sugli islamisti, a Parigi le persone cantano Emmenez-moi (Portami via) di Aznavour e si lasciano trasportare verso Place de la République, dove ora suona l’Orquesta del Nuevo Mundo. Tutti conoscono le sue parole : «Portami ai confini del mondo, portami nella terra delle meraviglie…» Sopra le teste sventolano bandiere francesi, talvolta anche bandiere di altri Stati e qua e là una bandiera palestinese o uno striscione. Poco dopo leggerò che Benjamin Netanyahu ha rimproverato Emmanuel Macron per il suo amichevole invito a moderarsi nello sterminio di Gaza: se non lo farò, ti arriveranno a Parigi, è questo che vuoi?! Ora però vedo che, come le altre bandiere, anche quella della Palestina è un manifesto del fatto che la società moderna desiderata dai manifestanti deve essere diversa da quella attuale. Quest’ultima è definita dal rapporto militare della razza e della classe superiori nei confronti della «giungla», contro la quale si mira dal gazebo del giardino. Non hanno ancora fatto in tempo a «civilizzarla» con il disboscamento delle foreste, la privatizzazione delle risorse, gli alimenti geneticamente modificati, il genocidio e l’intelligenza artificiale. All’inizio del XX secolo l’allora presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt lo formulò chiaramente: «Continueremo a ucciderli finché non impareranno a obbedire alle nostre armi.» Qui anneghiamo gli algerini Nel mezzo di Place de la République il frastuono comincia gradualmente a prevalere sulla melodia dell’orchestra. Non li vedo dalla folla, ma è evidente che i musicisti e le musiciste hanno incontrato un destino simile al nostro. Il bruciore agli occhi diventa insopportabile, sullo sfondo risuonano gli spari. Le persone tentano di lasciare la piazza, ma ormai è impossibile: si scopre che le uscite verso tutti i boulevard sono state bloccate dai cordoni di polizia. Se vuoi andartene, ti colpiscono alla testa. Tutti spingono, la folla si fa più densa. Mi accorgo che la statua di Marianne indossa un gilet giallo. Da un lato la scritta «Ottobre 2026, la polizia mutila gli studenti», dall’altro «Ottobre 1961, la polizia annega gli algerini». Una granata cade sulla folla, scoppia il panico; se ci lasciamo prendere, ci calpesteremo a vicenda. Soffoco, non vedo quasi nulla, non riesco a respirare. Un uomo con il passamontagna nero e gli occhialini da nuoto sugli occhi mi prende sotto il braccio: «Madame, sta bene?» E mi accompagna verso il muro più vicino. Mi mostra come tenere la testa e, quando inspiro, mi mette alcune gocce negli occhi. Si potrebbe gridare: ecco, uno dei vandali mascherati! Ma poco dopo anch’io assomiglio a lui: il volto avvolto in una sciarpa e, al posto degli occhialini da nuoto, almeno degli occhiali da sole, se voglio resistere. Poco dopo noto che distribuire gocce e avvertire in quale direzione fuggire è una cosa normale: le persone collaborano, si aiutano. Mentre indietreggio insieme agli altri, sul luogo restano soltanto gli ultimi gruppetti di persone che soffocano e gruppi di giovani uomini che lanciano pietre contro i poliziotti. Non riesco proprio a capire perché una giovane donna con un foulard in testa, che si rialza da terra, riceva un colpo di manganello, né perché i cordoni della polizia si scaglino improvvisamente contro la nostra folla, mentre quelli che tentano di restituire i colpi lasciano freddi i poliziotti. Ciò che vedo, però, è l’evidente accanimento della polizia contro i francesi di altro colore della pelle. Sia nel fatto che li dipinge come i principali gruppi di vagabondi, sia nel fatto che le donne «di colore» ricevono molti più colpi di noi altre. È una lunga storia di razzismo profondamente radicato, che permette al governo di Macron e alla polizia di applicare la violenza brutale contro i manifestanti e allo stesso tempo di metterli gli uni contro gli altri. In Francia, dopo lunghi anni di silenzio, l’attenzione si è concentrata sul film Ottobre a Parigi , girato clandestinamente nel 1961 da un dilettante, immunologo di professione, Jacques Panijel. Il documentario sulla brutalità diretta della polizia contro la rivolta degli algerini a Parigi durante la guerra d’Algeria fu censurato fino al 2011. Il prefetto di Parigi Maurice Papon diede inizio al cosiddetto massacro di Parigi quando impose un rigido coprifuoco, che riguardava soltanto gli immigrati algerini. La polizia sparò contro i manifestanti – circa 40.000 uomini, donne e bambini disarmati –, li picchiò con i manganelli e gettò nella Senna quelli ancora vivi. Il presidente François Mitterrand riconobbe la responsabilità di questi atti soltanto nel 2012. Dior brucia! Lungo il boulevard deserto corrono i poliziotti, la folla di Place de la République è praticamente dispersa; davanti e dietro di me bruciano barricate di pneumatici e biciclette. Ora avanzo tranquillamente a zigzag tra esse, verso il mio pub preferito in rue Saint-Denis. Amo questa bella strada dell’industria e della fatica situata a Parigi tra avenue des Ternes e rue Aumont-Thiéville... I combattimenti di strada si sono spostati proprio lì. Dal fumo davanti al Monoprix devastato emergono le sagome di senzatetto seduti, che bevono latte e masticano il cibo portato loro dai vagabondi dopo la loro incursione. Il mio pub sembra chiuso, ma quando busso mi fanno entrare e senza chiedere mi versano del vino. Mi sento come nel soggiorno di persone conosciute. E ancora una volta mi attraversa la mente Apollinaire: Stai sopra il bancone di zinco in un’osteria di ubriaconi Bevi il caffè da due soldi tra gli infelici... I proprietari portoghesi del pub non sono affatto infelici. Arrivarono a Parigi come parte della grande ondata di profughi portoghesi negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e non si sentono a proprio agio quando si parla di loro come di immigrati. Mentre davanti alle vetrate del bar il fumo si addensa, esplodono petardi, brucia un’auto e scoppiano inseguimenti, le troupe giornalistiche di tutto il mondo trasmettono reportage sulla protesta, per così dire, dalla nostra strada. In essi non si parla quasi per nulla delle centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, nulla di ciò che ho visto anch’io. Non si dice nemmeno che il macronismo saccheggia il Paese da quasi dieci anni a beneficio dei miliardari. Secondo Attac France, il patrimonio di alcune delle cinquecento famiglie francesi più ricche è più che raddoppiato dal 2017. Durante la pandemia di COVID-19 è aumentato di circa 170 miliardi di euro ed è superiore della metà al patrimonio complessivo dei più poveri, otto volte più di quanto fosse nel 1980. Inoltre la Francia esercita ancora una grande influenza sulle economie di alcune sue ex colonie africane attraverso la propria politica monetaria. Ed è tra i maggiori esportatori di armi al mondo. Nulla di tutto questo viene però chiamato saccheggio. Ricordo come tempo fa Vlado Godár, riferendosi alla distruzione dei luoghi sacri in Medio Oriente, mi chiese se riuscissi a immaginare come reagirebbe l’Europa alla distruzione di una chiesa vaticana. Ora sugli Champs-Élysées brucia Dior e sembra che il mondo non abbia mai conosciuto un’apocalisse più grande. Nel saccheggio, né nel modo in cui la polizia vi reagisce, non c’è naturalmente nulla di esaltante. Coloro ai quali sono scomparsi diamanti dal valore di centinaia di migliaia dalle vetrine dei quartieri lussuosi probabilmente li hanno assicurati per altrettante centinaia di migliaia. E prima dei prossimi disordini la polizia ha già eretto barricate intorno a loro. Ma cosa dire a coloro le cui piccole attività familiari sono rimaste con le vetrine frantumate e anni di lavoro si sono trasformati in cenere in un attimo? Tra l’altro, molto spesso si tratta proprio della seconda o terza generazione di immigrati dal Nord Africa o dal Portogallo, oppure da altri Paesi europei. La mia ostessa portoghese viene al bancone e annuncia: «Hanno già cominciato con il negozio di ottica accanto». Esco in strada e osservo un gruppo infiammato di circa dieci persone che cerca di sfondare con una sbarra di ferro la saracinesca di un piccolo negozio. La mia «predica» sulla dannosità della violenza, per di più con il vino in mano, sarebbe probabilmente inutile. E così mi chiedo soltanto, meravigliata, perché il bottino pianificato non motivi in alcun modo i gruppi di poliziotti che avanzano a fermare e impedire il saccheggio. Invece corrono verso un camion dei pompieri contro il quale, a quanto pare, un aggressore sta lanciando granate, come mi spiega un’anziana signora accanto a me. Quando alla fine un pompiere rinfresca con l’acqua della manichetta il presunto aggressore, si scopre che era un agente provocatore tra le file della polizia. A chi conviene mascherare le cause delle proteste? Non esiste arma più efficace, con la quale l’establishment e l’estrema destra, contro cui presumibilmente si schiera, possano mantenere le redini della propaganda e del potere, dell’istigazione dei singoli segmenti del «plebe» gli uni contro gli altri. Soprattutto quando si avvicinano le elezioni presidenziali primaverili e già oggi è chiaro sopra le barricate che i centristi e l’estrema destra di Marine Le Pen sono più vicini tra loro che mai – nella necessità di proteggere il capitale di alcuni gruppi contro la cosiddetta sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon e della France insoumise. Questa è evidentemente anche la ragione per cui nella nostra semiperiferia spaventata si «vende» l’idea dei manifestanti (bianchi) come folli bolscevichi desiderosi di depredare il capitale guadagnato onestamente dai conglomerati multimilionari e dei (neri) barbari pronti a divorare vivi i bianchi. Il risultato è che anche il manifestante medio (ceco)slovacco contro il «governo di Fico», seduto davanti al computer, e la spettatrice davanti alla televisione vedono nelle folle in marcia qualcosa che io non riesco proprio a vedere: soltanto «neri e arabi», nessuno studente (bianco) arrabbiato né alcun pensionato! Non vedete? Sono arabi!!! La mente colonizzata si sforzerà sempre eccessivamente di conservare il volto del proprio padrone, invece di tentare di raccogliere la propria dignità – queste parole di Frantz Fanon appartengono tanto ai neri quanto ai bianchi. Queste proteste riguardano la dignità umana Oggi cammini per Parigi, le donne sono segnate dal sangue Era alla fine della bellezza, solo a malincuore lo ricordo... Sì, è così, come ho iniziato questo testo. Le opinioni su tutto ciò che si cela dietro le proteste di massa in Francia nascono perlopiù in base alla parte del mondo moderno da cui proviene chi le formula. E anche in base a quanto onestamente si riesce a confrontarsi con la realtà pienamente rivelata: il mondo moderno, nella sua ossessione per il consumo, l’individualismo, l’arroganza e il potere tecnocratico, ha svelato la densità del proprio narcisismo. Mentre i miliardari giocano con le automobili volanti e l’intelligenza artificiale comincia ad assomigliare all’equivalente contemporaneo dei campi di sterminio, le persone dal Portogallo alla Spagna, alla Francia, alla Germania, all’Albania, alla Grecia e all’Italia, fino al Sud e al Nord America, vogliono che possiamo vivere una vita dignitosa. Per questo protestano. Le generazioni sono cambiate. Oggi le persone capiscono che la modernità non può più fondarsi sulla competizione e sull’approfondimento dei divari, perché ciò conduce alla frustrazione e alla disuguaglianza. E il loro risultato è sempre la violenza. E infine la guerra. Non ci si dovrebbe rimanere male se, andando per caso in un museo parigino a vedere i dipinti delle sue celebri rivoluzioni, ci si imbatte per strada in una rivoluzione reale. In un mondo in cui la possibilità della democrazia è stata rubata dai conglomerati miliardari e dai loro robot, non è saggio stupirsi che alla fine le persone comincino a rivendicare una semplice umanità. «È molto importante capire chi esercita realmente la violenza: coloro che provocano la sofferenza o coloro che vi si oppongono?» La domanda di Cortázar non è soltanto filosofica. Oggi non esiste luogo più adatto per porsela di Parigi, davanti alle più antiche gallerie commerciali del mondo, sorte come simboli dell’«universo delle fantasmagorie», che oggi trema dalle fondamenta. E tu bevi quell’alcol bruciante come il dolore della vita Della tua vita che bevi come alcool Vuoi tornare a casa a piedi e punti verso Auteuil A dormire tra i tuoi idoli dell’Oceania e della Guinea Sono Cristi di un’altra fede e di altri riti Cristi inferiori di oscure speranze e desideri Addio addio sei assonnato Il sole, testa mozzata Rotola giù Gli estratti dalla poesia Zona di Guillaume Apollinaire sono riportati nella traduzione ceca di Karel Čapek. L’autrice è traduttrice, giornalista e saggista Il testo è stato realizzato con il sostegno della fondazione Rosa Luxemburg Stiftung, con sede nella Repubblica Ceca. L’editore è pienamente responsabile dei contenuti; le posizioni presentate nel testo non rappresentano necessariamente il punto di vista della fondazione.

«Un giorno dovremo scrivere la storia della nostra insignificanza – svelare la densità del nostro narcisismo.»

Roland Barthes, L’impero dei segni

Se si vuole comprendere l’essenza della storia, basta confrontare Erode con la stampa dell’epoca, scrive Walter Benjamin nel suo saggio Parigi, capitale del XIX secolo.

Le opinioni su tutto ciò che si cela dietro le proteste di massa in Francia nascono perlopiù in base alla parte del mondo moderno da cui proviene l’autore o l’autrice. Se provenite da quei Paesi europei nei quali, dopo il 1989, un’enorme quantità di persone ha potuto lasciarsi conquistare dall’idea, progressivamente normalizzata, dell’universalità civilizzatrice del mondo euroatlantico, identificata con il capitalismo illimitato, molto probabilmente parlerete di una cospirazione della Cina, dell’Iran, degli islamisti o della Russia, che attaccano dalla «giungla» mondiale il «giardino Europa». 

Se venite dalla Francia o semplicemente non considerate le metropoli occidentali una caffetteria celeste, dove persone simili alle lucertole di Baudelaire si crogiolano al sole proprio all’ingresso del paradiso, e inoltre avete la fortuna di non «avere paura» di unirvi ai manifestanti, direte che le persone vogliono «solo» potersi permettere il cibo, ricevere una buona istruzione e non temere di rimanere senza un tetto. E se fosse solo lì!

Le proteste in tutta Europa e nel mondo moderno dimostrano che le persone sono stanche della disuguaglianza sociale, dei doppi standard del diritto all’«umanità» e del mantenimento dell’idea coltivata che il colonialismo sia terminato con la proclamazione degli Stati indipendenti. E che rifiutano di considerare una società sequestrata dai miliardari, con il sostegno del consenso fabbricato della semiperiferia dell’Europa orientale, come il sognato mondo libero per tutti gli «intraprendenti».

Parigi non è un sogno

Anche quando arrivai per la prima volta a Parigi era ottobre. Un bellissimo autunno caldo e dalla Gare du Nord camminai direttamente verso Montmartre, dove mi addormentai su una panchina. Una delle prime immagini parigine nella mia mente è quella di una donna nera che entrò nel Sacré-Cœur subito dopo di me. Si fece il segno della croce con urgenza, si chinò verso terra e io vidi che non pregava soltanto con tutta la sua anima, ma che nel tremore del suo corpo pregavano anche tutti i desideri delle persone le cui vicende l’avevano condotta fin lì.

Dalla corona di fiamme ardenti mi guardò la Vergine a Chartres

Il sangue del vostro Sacro Cuore mi bagnò a Montmartre
Sono malato per questo quando sento quelle parole benedette
L’amore di cui soffro è la mia malattia segreta
E l’immagine che ti ossessiona ti aiuterà a sopravvivere all’angoscia e alla veglia
Sempre presso di te dimora quell’immagine che fugge verso il non ritorno...

Con lo sguardo pieno di fuoco uscì e si perse in un mare di aste per selfie. Su uno dei muri brillava la scritta spruzzata «Parigi non è un sogno».

Quando il 17 ottobre di quest’anno uscii dalla metropolitana a circa due fermate da Place de la République, dove alle quattordici sarebbe dovuta iniziare un’altra delle grandi manifestazioni annunciate, mi inserii naturalmente nella folla di giovani che camminavano nella mia stessa direzione. Mi invase una piacevole sensazione, la consapevolezza del motivo per cui alla fine avevo amato Parigi, anni prima. La città quasi mitologica nell’immaginazione delle persone di tutto il mondo, per me non era mai stata un «sogno» né mi aveva attratta in modo particolare. Troppo moderna, troppo nota, aggressiva e spietata, troppo idealizzata, troppo costruita, chic. Avevo però sottovalutato il fascino irresistibile del lato oscuro di questo calderone della modernità, laboratorio della storia e dei contrasti europei, promessa di speranza per tutti gli emarginati del mondo.

... In lacrime vedi i poveri emigranti partire
Credono in Dio, pregano, le donne allattano i loro bambini
Il loro odore riempie la sala della stazione Saint-Lazare
Come i tre re credono nella loro stella, nel successo futuro
Pensano che in Argentina il loro destino cambierà
E che torneranno a casa dopo aver fatto fortuna
Una di quelle famiglie porta una bandiera rossa come il vostro cuore
Quella bandiera e i nostri sogni sono ugualmente spettrali
Alcuni emigranti si fermano e rimangono qui
Nei tuguri di rue des Rosiers o di rue des Écouffes
Spesso li ho visti la sera uscire a prendere aria
Raramente si muovono dal posto come pezzi degli scacchi
Sono soprattutto ebrei e donne con le parrucche
Siedono esangui e sorvegliano i negozi bui...

Solo che oggi, nei tuguri, gli ebrei menzionati sono stati sostituiti da algerini, tunisini, senegalesi, congolesi o persone provenienti dalla campagna francese in declino, che nella spietata macchina della grande città non riescono a trovare il proprio posto. Non esiste al mondo una poesia sulla modernità come la Zone (Zona) di Apollinaire.

Sei a Parigi, interrogato dal giudice,

come un criminale arrestato e condotto in prigione...

C’è qualcosa di esaltante nel fatto che, nonostante le ingiustizie storiche e le differenze che allontanano le persone di ogni ceto sociale e origine, alle manifestazioni parigine regnasse esattamente quell’universalismo di cui scriveva Immanuel Wallerstein. Era il momento in cui, dopo le stragi in Iraq e il fatto che Raqqa e Mosul fossero state rase al suolo, appariva chiaramente che la precedente idea universalistica di esclusiva origine europea non avrebbe mai potuto essere giusta: sarebbe sempre stata razzista e, in quanto tale, potenzialmente generatrice di fascismo. Il free trade, il libero commercio imposto dalle cannoniere e dalle bombe guidate dai computer, indirizzerà i propri profitti quasi esclusivamente alle élite finanziarie dell’Europa occidentale e degli Stati del colonialismo d’insediamento bianco in Nord America e Australia. E la libertà del lavoro diventerà un eufemismo per il lavoro schiavistico. 

El pueblo unido jamás será vencido

Le persone intorno a me chiedono sui loro striscioni esattamente ciò che da un mese è la causa principale delle proteste: un’istruzione migliore, condizioni abitative migliori, meno accesso razzialmente condizionato a condizioni di vita dignitose, il rifiuto del governo dell’oligarchia e del sostegno agli armamenti. A dominare sono studentesse e studenti, sindacalisti e sindacaliste ben visibili, e i gilet gialli. Persone provenienti dall’America Latina esprimono sostegno ai connazionali rimasti a casa, che nello stesso periodo affrontano violente repressioni della polizia in Argentina, soprattutto a Buenos Aires. E, come apprendo più tardi da fonti che riportano informazioni dalle Americhe, repressioni subiscono anche i partecipanti alle assemblee e ai cortei in Ecuador, Colombia, Brasile e negli Stati Uniti.

Sul boulevard parigino le persone calano dai balconi teli con la scritta «Gli artisti sono con voi» e formano orchestre da camera improvvisate che suonano Aznavour, Quilapayún, l’Internazionale. La società qui è esattamente così: internazionale. Parigi è ancora in un certo senso la capitale del mondo, come la definì Walter Benjamin alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Quando corro su per le scale verso la parte rialzata del boulevard, la vista è esaltante. La folla che sfila non ha fine. Da un lato si profila già la statua di Marianne in Place de la République, dall’altro avanza un fiume di persone che cantano. Dalle finestre i residenti che guardano danno il ritmo e la massa sottostante si unisce. Mentre i notiziari del mondo si preparano già alle prime formulazioni sui manifestanti violenti e sugli islamisti, a Parigi le persone cantano Emmenez-moi (Portami via) di Aznavour e si lasciano trasportare verso Place de la République, dove ora suona l’Orquesta del Nuevo Mundo. Tutti conoscono le sue parole: «Portami ai confini del mondo, portami nella terra delle meraviglie…»

Sopra le teste sventolano bandiere francesi, talvolta anche bandiere di altri Stati e qua e là una bandiera palestinese o uno striscione. Poco dopo leggerò che Benjamin Netanyahu ha rimproverato Emmanuel Macron per il suo amichevole invito a moderarsi nello sterminio di Gaza: se non lo farò, ti arriveranno a Parigi, è questo che vuoi?! Ora però vedo che, come le altre bandiere, anche quella della Palestina è un manifesto del fatto che la società moderna desiderata dai manifestanti deve essere diversa da quella attuale. Quest’ultima è definita dal rapporto militare della razza e della classe superiori nei confronti della «giungla», contro la quale si mira dal gazebo del giardino. Non hanno ancora fatto in tempo a «civilizzarla» con il disboscamento delle foreste, la privatizzazione delle risorse, gli alimenti geneticamente modificati, il genocidio e l’intelligenza artificiale. All’inizio del XX secolo l’allora presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt lo formulò chiaramente: «Continueremo a ucciderli finché non impareranno a obbedire alle nostre armi.»

Qui anneghiamo gli algerini

Nel mezzo di Place de la République il frastuono comincia gradualmente a prevalere sulla melodia dell’orchestra. Non li vedo dalla folla, ma è evidente che i musicisti e le musiciste hanno incontrato un destino simile al nostro. Il bruciore agli occhi diventa insopportabile, sullo sfondo risuonano gli spari. Le persone tentano di lasciare la piazza, ma ormai è impossibile: si scopre che le uscite verso tutti i boulevard sono state bloccate dai cordoni di polizia. Se vuoi andartene, ti colpiscono alla testa. Tutti spingono, la folla si fa più densa. Mi accorgo che la statua di Marianne indossa un gilet giallo. Da un lato la scritta «Ottobre 2026, la polizia mutila gli studenti», dall’altro «Ottobre 1961, la polizia annega gli algerini».

Una granata cade sulla folla, scoppia il panico; se ci lasciamo prendere, ci calpesteremo a vicenda. Soffoco, non vedo quasi nulla, non riesco a respirare. Un uomo con il passamontagna nero e gli occhialini da nuoto sugli occhi mi prende sotto il braccio: «Madame, sta bene?» E mi accompagna verso il muro più vicino. Mi mostra come tenere la testa e, quando inspiro, mi mette alcune gocce negli occhi. Si potrebbe gridare: ecco, uno dei vandali mascherati! Ma poco dopo anch’io assomiglio a lui: il volto avvolto in una sciarpa e, al posto degli occhialini da nuoto, almeno degli occhiali da sole, se voglio resistere. Poco dopo noto che distribuire gocce e avvertire in quale direzione fuggire è una cosa normale: le persone collaborano, si aiutano.

Mentre indietreggio insieme agli altri, sul luogo restano soltanto gli ultimi gruppetti di persone che soffocano e gruppi di giovani uomini che lanciano pietre contro i poliziotti. Non riesco proprio a capire perché una giovane donna con un foulard in testa, che si rialza da terra, riceva un colpo di manganello, né perché i cordoni della polizia si scaglino improvvisamente contro la nostra folla, mentre quelli che tentano di restituire i colpi lasciano freddi i poliziotti. Ciò che vedo, però, è l’evidente accanimento della polizia contro i francesi di altro colore della pelle. Sia nel fatto che li dipinge come i principali gruppi di vagabondi, sia nel fatto che le donne «di colore» ricevono molti più colpi di noi altre.

È una lunga storia di razzismo profondamente radicato, che permette al governo di Macron e alla polizia di applicare la violenza brutale contro i manifestanti e allo stesso tempo di metterli gli uni contro gli altri. In Francia, dopo lunghi anni di silenzio, l’attenzione si è concentrata sul film Ottobre a Parigi, girato clandestinamente nel 1961 da un dilettante, immunologo di professione, Jacques Panijel. Il documentario sulla brutalità diretta della polizia contro la rivolta degli algerini a Parigi durante la guerra d’Algeria fu censurato fino al 2011. Il prefetto di Parigi Maurice Papon diede inizio al cosiddetto massacro di Parigi quando impose un rigido coprifuoco, che riguardava soltanto gli immigrati algerini. La polizia sparò contro i manifestanti – circa 40.000 uomini, donne e bambini disarmati –, li picchiò con i manganelli e gettò nella Senna quelli ancora vivi. Il presidente François Mitterrand riconobbe la responsabilità di questi atti soltanto nel 2012.

Dior brucia!

Lungo il boulevard deserto corrono i poliziotti, la folla di Place de la République è praticamente dispersa; davanti e dietro di me bruciano barricate di pneumatici e biciclette. Ora avanzo tranquillamente a zigzag tra esse, verso il mio pub preferito in rue Saint-Denis.

Amo questa bella strada dell’industria e della fatica 

situata a Parigi tra avenue des Ternes e rue Aumont-Thiéville...

I combattimenti di strada si sono spostati proprio lì. Dal fumo davanti al Monoprix devastato emergono le sagome di senzatetto seduti, che bevono latte e masticano il cibo portato loro dai vagabondi dopo la loro incursione. Il mio pub sembra chiuso, ma quando busso mi fanno entrare e senza chiedere mi versano del vino. Mi sento come nel soggiorno di persone conosciute. E ancora una volta mi attraversa la mente Apollinaire:

Stai sopra il bancone di zinco in un’osteria di ubriaconi 

Bevi il caffè da due soldi tra gli infelici...

I proprietari portoghesi del pub non sono affatto infelici. Arrivarono a Parigi come parte della grande ondata di profughi portoghesi negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e non si sentono a proprio agio quando si parla di loro come di immigrati. Mentre davanti alle vetrate del bar il fumo si addensa, esplodono petardi, brucia un’auto e scoppiano inseguimenti, le troupe giornalistiche di tutto il mondo trasmettono reportage sulla protesta, per così dire, dalla nostra strada. In essi non si parla quasi per nulla delle centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, nulla di ciò che ho visto anch’io. Non si dice nemmeno che il macronismo saccheggia il Paese da quasi dieci anni a beneficio dei miliardari. Secondo Attac France, il patrimonio di alcune delle cinquecento famiglie francesi più ricche è più che raddoppiato dal 2017. Durante la pandemia di COVID-19 è aumentato di circa 170 miliardi di euro ed è superiore della metà al patrimonio complessivo dei più poveri, otto volte più di quanto fosse nel 1980. Inoltre la Francia esercita ancora una grande influenza sulle economie di alcune sue ex colonie africane attraverso la propria politica monetaria. Ed è tra i maggiori esportatori di armi al mondo. Nulla di tutto questo viene però chiamato saccheggio.

Ricordo come tempo fa Vlado Godár, riferendosi alla distruzione dei luoghi sacri in Medio Oriente, mi chiese se riuscissi a immaginare come reagirebbe l’Europa alla distruzione di una chiesa vaticana. Ora sugli Champs-Élysées brucia Dior e sembra che il mondo non abbia mai conosciuto un’apocalisse più grande.

Nel saccheggio, né nel modo in cui la polizia vi reagisce, non c’è naturalmente nulla di esaltante. Coloro ai quali sono scomparsi diamanti dal valore di centinaia di migliaia dalle vetrine dei quartieri lussuosi probabilmente li hanno assicurati per altrettante centinaia di migliaia. E prima dei prossimi disordini la polizia ha già eretto barricate intorno a loro. Ma cosa dire a coloro le cui piccole attività familiari sono rimaste con le vetrine frantumate e anni di lavoro si sono trasformati in cenere in un attimo? Tra l’altro, molto spesso si tratta proprio della seconda o terza generazione di immigrati dal Nord Africa o dal Portogallo, oppure da altri Paesi europei.

La mia ostessa portoghese viene al bancone e annuncia: «Hanno già cominciato con il negozio di ottica accanto». Esco in strada e osservo un gruppo infiammato di circa dieci persone che cerca di sfondare con una sbarra di ferro la saracinesca di un piccolo negozio. La mia «predica» sulla dannosità della violenza, per di più con il vino in mano, sarebbe probabilmente inutile. E così mi chiedo soltanto, meravigliata, perché il bottino pianificato non motivi in alcun modo i gruppi di poliziotti che avanzano a fermare e impedire il saccheggio. Invece corrono verso un camion dei pompieri contro il quale, a quanto pare, un aggressore sta lanciando granate, come mi spiega un’anziana signora accanto a me. Quando alla fine un pompiere rinfresca con l’acqua della manichetta il presunto aggressore, si scopre che era un agente provocatore tra le file della polizia.

A chi conviene mascherare le cause delle proteste?

Non esiste arma più efficace, con la quale l’establishment e l’estrema destra, contro cui presumibilmente si schiera, possano mantenere le redini della propaganda e del potere, dell’istigazione dei singoli segmenti del «plebe» gli uni contro gli altri. Soprattutto quando si avvicinano le elezioni presidenziali primaverili e già oggi è chiaro sopra le barricate che i centristi e l’estrema destra di Marine Le Pen sono più vicini tra loro che mai – nella necessità di proteggere il capitale di alcuni gruppi contro la cosiddetta sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon e della France insoumise. Questa è evidentemente anche la ragione per cui nella nostra semiperiferia spaventata si «vende» l’idea dei manifestanti (bianchi) come folli bolscevichi desiderosi di depredare il capitale guadagnato onestamente dai conglomerati multimilionari e dei (neri) barbari pronti a divorare vivi i bianchi.

Il risultato è che anche il manifestante medio (ceco)slovacco contro il «governo di Fico», seduto davanti al computer, e la spettatrice davanti alla televisione vedono nelle folle in marcia qualcosa che io non riesco proprio a vedere: soltanto «neri e arabi», nessuno studente (bianco) arrabbiato né alcun pensionato! Non vedete? Sono arabi!!! La mente colonizzata si sforzerà sempre eccessivamente di conservare il volto del proprio padrone, invece di tentare di raccogliere la propria dignità – queste parole di Frantz Fanon appartengono tanto ai neri quanto ai bianchi.   

Queste proteste riguardano la dignità umana

Oggi cammini per Parigi, le donne sono segnate dal sangue 

Era alla fine della bellezza, solo a malincuore lo ricordo...

Sì, è così, come ho iniziato questo testo. Le opinioni su tutto ciò che si cela dietro le proteste di massa in Francia nascono perlopiù in base alla parte del mondo moderno da cui proviene chi le formula. E anche in base a quanto onestamente si riesce a confrontarsi con la realtà pienamente rivelata: il mondo moderno, nella sua ossessione per il consumo, l’individualismo, l’arroganza e il potere tecnocratico, ha svelato la densità del proprio narcisismo. Mentre i miliardari giocano con le automobili volanti e l’intelligenza artificiale comincia ad assomigliare all’equivalente contemporaneo dei campi di sterminio, le persone dal Portogallo alla Spagna, alla Francia, alla Germania, all’Albania, alla Grecia e all’Italia, fino al Sud e al Nord America, vogliono che possiamo vivere una vita dignitosa. Per questo protestano. Le generazioni sono cambiate. Oggi le persone capiscono che la modernità non può più fondarsi sulla competizione e sull’approfondimento dei divari, perché ciò conduce alla frustrazione e alla disuguaglianza. E il loro risultato è sempre la violenza. E infine la guerra.  

Non ci si dovrebbe rimanere male se, andando per caso in un museo parigino a vedere i dipinti delle sue celebri rivoluzioni, ci si imbatte per strada in una rivoluzione reale. In un mondo in cui la possibilità della democrazia è stata rubata dai conglomerati miliardari e dai loro robot, non è saggio stupirsi che alla fine le persone comincino a rivendicare una semplice umanità.  

«È molto importante capire chi esercita realmente la violenza: coloro che provocano la sofferenza o coloro che vi si oppongono?» La domanda di Cortázar non è soltanto filosofica. Oggi non esiste luogo più adatto per porsela di Parigi, davanti alle più antiche gallerie commerciali del mondo, sorte come simboli dell’«universo delle fantasmagorie», che oggi trema dalle fondamenta. 

E tu bevi quell’alcol bruciante come il dolore della vita
Della tua vita che bevi come alcool
Vuoi tornare a casa a piedi e punti verso Auteuil
A dormire tra i tuoi idoli dell’Oceania e della Guinea
Sono Cristi di un’altra fede e di altri riti
Cristi inferiori di oscure speranze e desideri

Addio addio sei assonnato
Il sole, testa mozzata
Rotola giù

Gli estratti dalla poesia Zona di Guillaume Apollinaire sono riportati nella traduzione ceca di Karel Čapek.

Il testo è stato realizzato con il sostegno della fondazione Rosa Luxemburg Stiftung, con sede nella Repubblica Ceca. L’editore è pienamente responsabile dei contenuti; le posizioni presentate nel testo non rappresentano necessariamente il punto di vista della fondazione.