Dal sottomarino rosa alla difesa della democrazia
Kapitál
Nella sala d'attesa dell'ospedale Ichilov di Tel Aviv arriva di corsa un giovane con una maglietta viola con la scritta Standing together. Come mio nipote, probabilmente ha un braccio rotto. Dai social network di questo movimento ebraico-arabo emerge che è stato aggredito da terroristi israeliani in Cisgiordania, dove gli attivisti si recano per difendere i contadini palestinesi dalle vessazioni e dalle violenze dei coloni. Di tanto in tanto un'infermiera araba, avvolta nel tradizionale hijab, esce a controllare le condizioni dei pazienti e invita alla pazienza. Siamo in molti in fila per il gesso e così le persone ammazzano il tempo guardando il notiziario in televisione, dove si sta discutendo se i partiti arabi israeliani possano candidarsi alle elezioni israeliane. Alla fine la Corte Suprema respinge la decisione della Commissione elettorale centrale, nella quale la coalizione di governo di Netanyahu ha la maggioranza, giudicandola contraria alla legge. Nella sala d'attesa i pazienti parlano a bassa voce e regna il silenzio, che tuttavia accentua la tensione di un paese che si trova di fronte a quelle che potrebbero essere le elezioni più importanti della sua storia.
Nella sala d’attesa dell’ospedale Ichilov di Tel Aviv arriva di corsa un giovane uomo con una maglietta viola con la scritta Standing together. Proprio come mio nipote, probabilmente si è rotto un braccio. Dai social di questo movimento ebraico-arabo emerge che è stato aggredito da terroristi israeliani in Cisgiordania, dove gli attivisti si recano per difendere i contadini palestinesi dalle intimidazioni e dalle violenze dei coloni. Di tanto in tanto esce un’infermiera araba, avvolta nel tradizionale hijab, per controllare le condizioni dei pazienti e invitare alla pazienza. In fila per il gesso siamo in molti e così le persone ammazzano il tempo guardando il telegiornale in televisione, dove si sta discutendo se i partiti arabi israeliani possano candidarsi alle elezioni israeliane. Alla fine la Corte Suprema respinge la decisione della Commissione elettorale centrale, nella quale la coalizione di governo di Netanyahu ha la maggioranza, giudicandola contraria alla legge. Nella sala d’attesa i pazienti parlano a bassa voce e regna un silenzio che tuttavia accresce la tensione di un Paese che si trova davanti alle elezioni forse più importanti della sua storia.
In che condizioni si trova la società israeliana dopo il 7 ottobre? Riesce a fare i conti con il trauma e, allo stesso tempo, ad affrontare la questione della responsabilità per le azioni del proprio governo? Poche società occidentali possono competere con gli israeliani per il livello di impegno civico. L’immagine mediatica di Israele è tuttavia dominata dalla politica del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu e dalla sofferenza della popolazione palestinese a Gaza. Meno attenzione viene riservata a coloro che cercano di cambiare il volto del proprio Paese. Che cosa significa la responsabilità civica in una società in cui le persone perdono fiducia nei politici e nelle istituzioni, ma rifiutano di rinunciare alla responsabilità per il futuro del proprio Paese?
Affrontare l’occupazione
Venerdì pomeriggio incontro Galit Eilat in uno dei pochi caffè di Tel Aviv ancora aperti. La maggior parte degli esercizi è chiusa per lo shabbat. Galit è una curatrice conosciuta a livello internazionale, impegnata sul rapporto tra arte, politica, società civile e diritti umani, soprattutto nel contesto di Israele e Palestina. Lavora prevalentemente nei Paesi Bassi, ma attualmente vive in Israele, dove è tornata per occuparsi dei suoi genitori. «Qui è tutto sottosopra. Non siamo nemmeno capaci di concordare sul significato delle parole», dice Galit, appena arrivata dalla Cisgiordania, dove si reca regolarmente con l’organizzazione Mistaclim (Looking the occupation in the eye). L’obiettivo principale di questa organizzazione non profit è difendere i contadini palestinesi dagli attacchi violenti e dalle intimidazioni dei coloni radicali del movimento Hilltop Youth, che cercano sistematicamente di espellere i contadini palestinesi dalle loro case. «La settimana scorsa, nel villaggio di Duma, con noi c’erano un ex capo dei servizi segreti dell’aeronautica israeliana e un ex direttore generale della compagnia El Al. Ha più di settant’anni. I poliziotti gli hanno messo le manette con la forza. Solo alla stazione di polizia hanno scoperto chi avevano arrestato! Persone che definirei nichiliste diventano improvvisamente quelle che stabiliscono le regole. E un uomo che ha servito lo Stato per tutta la vita viene improvvisamente definito anarchico. Se non riusciamo a concordare nemmeno sul significato dei concetti fondamentali, come possiamo dialogare?»

Galit tira fuori il cellulare e mi mostra diversi gruppi WhatsApp con messaggi interminabili. Qui ci sono persone che collaborano con Mistaclim, in contatto costante e impegnate a condividere informazioni su ciò che accade sul posto, su chi ha bisogno di aiuto, su chi si trova lì in quel momento e su chi lo sostituirà. «Nel luogo in cui vado regolarmente abbiamo tre turni al giorno. Al mattino ci sono quattro persone, nel pomeriggio altre quattro e di notte due. Questo significa dieci persone al giorno, settanta attivisti alla settimana, in un solo luogo.» Ci sono persone che si recano lì personalmente, altre organizzano i trasporti, raccolgono denaro, coordinano i volontari o comunicano con le famiglie palestinesi.
Galit considera l’occupazione il problema chiave di Israele. «Nessuno però la affronta nella campagna elettorale. Quasi tutti i partiti – di destra e di sinistra – falliscono su questo punto. Hanno paura di perdere elettori. Hanno persino paura di parlare dei partiti politici arabi e degli abitanti arabi di Israele, che possiedono la cittadinanza israeliana.» Scorriamo la galleria fotografica sul cellulare: foto di contadini palestinesi, attivisti e coloni, alcuni con un’arma in mano. «Il nostro compito non è combattere. Di solito non parliamo nemmeno molto, semplicemente stiamo tra i coloni e i palestinesi. Abbiamo telefoni e telecamere, documentiamo ciò che accade. Se la situazione si aggrava, cerchiamo di posizionarci in modo che i coloni non riescano a raggiungere i palestinesi.»
L’organizzazione Mistaclim ha persino iniziato a costruire, insieme alle famiglie palestinesi, recinzioni attorno alle loro case e alle loro fattorie, affinché i coloni non possano raggiungerle di notte. Le finanziano con raccolte fondi alle quali contribuiscono israeliani che non possono recarsi personalmente in Cisgiordania, ma vogliono comunque aiutare. «Alcuni attivisti si comportano in modo conflittuale, il che può peggiorare ulteriormente la situazione, perché poi sono i palestinesi a subirne le conseguenze. Noi abbiamo un metodo diverso. Cerchiamo di non far degenerare il conflitto.»

Come però osserva Galit, non si tratta solo di protezione fisica. È importante anche essere testimoni. Non lasciare soli i contadini aggrediti in una situazione in cui sono esposti alla violenza e all’umiliazione. I contadini palestinesi spesso non possono contare su una protezione efficace da parte delle forze di sicurezza israeliane e rimangono esposti alla violenza dei gruppi di coloni. «Non capisco come la gente possa stare seduta a bere un caffè mentre a meno di quaranta chilometri di distanza qualcuno viene maltrattato.» Racconta che proprio l’esperienza dell’Olocausto, quando le persone che vivevano vicino ai campi di concentramento potevano ignorare ciò che vi accadeva, è per lei un elemento scatenante. «Tra noi ci sono artisti, scrittori, intellettuali e anche ex militari di alto rango. Oggi la situazione è diversa dal passato. Non si tratta più soltanto di alcuni giovani radicali di Hilltop Youth. Sono centinaia, forse più di mille. Ricevono denaro dallo Stato, ma anche da donatori privati e organizzazioni religiose.» Mentre scorre la galleria, Galit si ferma davanti a una fotografia scattata in Cisgiordania. In una delle immagini un attivista è seduto su un pozzo. «Guarda questa composizione. Quasi un’immagine biblica, vero? Quest’uomo è seduto sul pozzo perché i coloni non rubino l’acqua ai palestinesi. Semplicemente, sta lì seduto.»
Secondo Galit, la cosa più importante è trovare la propria voce ed essere pronti a pagare il prezzo dell’impegno civico. «Questo non deve necessariamente significare combattere contro qualcuno. A volte si fa semplicemente qualcosa per qualcun altro. Anche questo può essere considerato resistenza», conclude Galit, che il giorno seguente si prepara a partire di nuovo per un altro «turno» in Cisgiordania.
Chi proteggerà la democrazia dal proprio governo?
«Gli israeliani sono abituati a sostenere le organizzazioni non profit. Circa quattro anni fa, verso le dieci di sera, qualcuno bussò alla mia porta. Era una mia vicina di circa ottantacinque anni. Mi diede un assegno di cinquecento shekel e disse: “Vai a salvare Israele”. Aveva visto le notizie, era sconvolta da ciò che Netanyahu stava facendo e voleva aiutare in qualche modo», racconta Tomer Naor, impegnato da quindici anni nella difesa delle istituzioni democratiche israeliane. Ci incontriamo nel suo ufficio di Gerusalemme. Il nono piano di un condominio costruito con la tipica pietra calcarea locale è pieno di giovani tirocinanti. The Movement for Quality Government in Israel (HaTnua LeMa'an Eichut HaShilton) è nato negli anni Novanta a causa di scandali di corruzione e di una crisi di governo durata diversi anni. «Ci siamo svegliati troppo tardi. Il governo cerca di indebolire i tribunali, l’indipendenza dei media, le istituzioni educative e i gatekeeper. Il nostro obiettivo è difendere le istituzioni che ci proteggono dalla tirannia, ed è ciò che facciamo.»

Inizialmente Tomer voleva diventare giornalista, oggi dirige il dipartimento legale di una delle principali organizzazioni civiche israeliane, si batte davanti alla Corte Suprema e si prepara a un possibile ricorso contro le elezioni. «Ricordo un panel internazionale al quale partecipavano colleghe dalla Polonia e dall’Ungheria. Ci dicevano: “Non avete idea di ciò che vi aspetta”. All’epoca nessuno le capiva davvero. Io ho compreso di cosa parlassero solo quattro o cinque anni dopo, quando qualcosa di simile ha iniziato ad accadere anche da noi.»
Parliamo di tendenze simili nella Repubblica Ceca e in Slovacchia e arriviamo alle elezioni, che secondo Tomer sono uno dei temi principali dell’organizzazione. Il movimento ha presentato diversi ricorsi alla Corte Suprema per la propaganda elettorale illegale e per il giorno delle elezioni sta preparando centri di monitoraggio con avvocati e attivisti civici.
Secondo Tomer, per decenni la democrazia israeliana si è fondata non solo sulle leggi, ma anche su regole non scritte di rispetto tra gli schieramenti politici. Per questo la sua organizzazione sta preparando una proposta di costituzione scritta unitaria, di cui Israele è tuttora privo. Al progetto partecipano, a suo dire, circa centoventi esperti divisi in diciotto gruppi di lavoro. «Abbiamo bisogno di qualcosa che ci protegga da qualsiasi futuro governo che disponga della maggioranza e decida di abusarne. Abbiamo bisogno di un documento che stabilisca le regole del gioco. E quel documento dovrebbe essere la costituzione.»
Chiedo a Tomer se la sua organizzazione si occupi anche dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. «No, non ci occupiamo di questo», risponde. Spiega che il movimento è nato come organizzazione apartitica impegnata nella lotta alla corruzione. «La corruzione non ha colore politico», dice. Mentre alcune iniziative civiche israeliane si concentrano sulla protezione dei palestinesi dalla violenza dei coloni o sull’opposizione al servizio militare, l’organizzazione di Tomer concentra i propri sforzi sulla difesa delle istituzioni democratiche e dello Stato di diritto.
Un altro tema importante per questa organizzazione è la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Tomer è convinto che Netanyahu abbia manipolato i documenti ufficiali per creare un’immagine distorta di ciò che accadde la mattina del 7 ottobre e nel periodo precedente all’attacco. «Ma noi abbiamo bisogno di conoscere la verità su ciò che è accaduto. Lo dobbiamo alle persone che quel giorno furono assassinate e massacrate brutalmente.»

Dal 7 ottobre molte cose sono cambiate, compreso l’isolamento internazionale di Israele a causa della rappresaglia sproporzionata a Gaza. Anche Tomer racconta di aver perso molti amici e colleghi di organizzazioni estere affini. Secondo lui, le persone con cui condivideva la convinzione nella democrazia, nei diritti umani e nello Stato di diritto non sono state capaci di distinguere tra il governo israeliano e i suoi oppositori interni. «Quelli che consideravo miei alleati sono stati i primi ad allontanarsi da me. Ho perso degli amici. E alcuni mi erano davvero molto vicini. Uno mi ha detto: “Ti voglio bene, ma il tuo governo fa questo e quest’altro”. Ma io combatto contro quel maledetto governo! È proprio il mio lavoro.» Per un momento tace e continua con le lacrime agli occhi: «Alcuni miei amici sono stati assassinati il 7 ottobre al festival Nova. Naturalmente si può criticare Israele. Naturalmente a Gaza accadono cose contrarie al diritto internazionale. Ma le persone dalle quali mi aspettavo comprensione hanno iniziato a condannarmi. Ed è stato allora che ho capito per la prima volta quanto fossi solo.»
Gaza fuori dal campo visivo della società
Alcuni giovani che hanno trascorso la maggior parte della loro vita sotto il governo di Benjamin Netanyahu sono scettici persino nei confronti dell’esercito, che in Israele gode di una posizione eccezionale. È il caso anche di Arkady, uno studente di vent’anni che appartiene alla nuova generazione di israeliani che rifiutano di prestare il servizio militare obbligatorio. Inizialmente aveva puntato a entrare in un programma d’élite dell’intelligence militare. Dopo il 7 ottobre e durante la guerra a Gaza, però, è gradualmente arrivato alla decisione di non voler servire nell’esercito israeliano.

Incontro Arkady sabato nel campus vuoto dell’università di Tel Aviv. Ha appena smesso di piovere e dalle siepi piantate artificialmente volano nuvole di zanzare; Arkady ne scaccia distrattamente una dal gomito e spiega con passione come sia arrivato a una decisione che si è conclusa con sette giorni di detenzione presso il centro di reclutamento militare. «Avevo diciassette o diciotto anni e ho iniziato a pensare che non volessi servire sotto l’attuale governo. Era dopo il 7 ottobre. Osservavo ciò che accadeva in Cisgiordania e gradualmente mi arrivavano informazioni sulla situazione a Gaza. Partecipavo alle manifestazioni per la liberazione degli ostaggi e perdevo sempre più fiducia nel governo e nell’esercito. All’inizio credevo ancora che l’esercito proteggesse i cittadini israeliani, anche se non approvavo le sue azioni. Gradualmente sono però arrivato alla convinzione che servisse soprattutto interessi politici e militari, non la sicurezza delle persone, e ho iniziato a cercare un modo per non arruolarmi», dice Arkady, raccontando qualcosa che molti abitanti del luogo condannerebbero, senza abbassare la voce nemmeno quando alcuni dipendenti del campus universitario ci passano accanto.
Arkady è membro dell’iniziativa Mesarvot, che fornisce assistenza legale e sostegno in una situazione in cui il rifiuto del servizio militare può significare perdere il sostegno della famiglia, degli amici e dell’ambiente circostante. «Non voglio dire che chiunque sia entrato nell’esercito a diciotto anni sia una persona cattiva. A quell’età si è ancora bambini e spesso non si ha ancora un’opinione politica formata. Ma penso che dobbiamo iniziare a chiederci quale responsabilità abbiamo per le istituzioni di cui facciamo parte.»
Arkady è cresciuto in un ambiente liberale e partecipa alle manifestazioni contro il governo da quando aveva tredici anni. La sua storia mostra una generazione per la quale l’attivismo civico non è una reazione eccezionale a una singola crisi politica, ma una parte della propria crescita. «Ho trascorso sette anni della mia vita a protestare contro lo stesso primo ministro. Non riesco nemmeno a contare quanti fine settimana ho passato alle manifestazioni. In realtà non so nemmeno cosa significhi vivere in un Paese in cui Netanyahu non sia il primo ministro.» Ricorda la classe scolastica in cui sulla parete erano appesi i ritratti del presidente e del primo ministro. I presidenti cambiavano. Il primo ministro restava.
«A volte mi chiedo a cosa servano queste manifestazioni. Per tutta la settimana dico agli altri quanto sia importante protestare. Poi vado a una manifestazione, sto lì, la polizia ci spinge via e penso: Odio questo posto, voglio tornare a casa, tanto non serve a niente. E la settimana dopo ci torno.»
Le proteste producono anche situazioni comiche. Quando durante una manifestazione contro la guerra a Tel Aviv sono risuonate le sirene che avvertivano di un attacco missilistico dall’Iran, i manifestanti si sono precipitati nel rifugio sotterraneo più vicino. Insieme a loro anche i poliziotti che fino a pochi istanti prima li stavano disperdendo. «All’improvviso eravamo tutti insieme e il conflitto si è fermato per un momento», racconta Arkady,«non appena il pericolo è passato, siamo tornati tutti in strada. I poliziotti hanno preso il megafono e annunciato che la manifestazione era illegale e che avrebbero potuto usare la forza contro di noi. Era completamente assurdo. Inoltre, prima di alcune manifestazioni si vedono già pronti gli autobus che porteranno via gli arrestati. Li guardi e pensi: Ah, quindi oggi finirò probabilmente lì.»

Sebbene le regolari manifestazioni del sabato contro il governo comprendessero anche eventi commemorativi per ricordare i bambini uccisi dall’esercito israeliano a Gaza, Arkady dubita che la società israeliana riuscirà mai davvero a riflettere e ad ammettere fino in fondo ciò che è accaduto a Gaza. «Penso che Gaza sia un enorme punto cieco per la società israeliana. In Cisgiordania esistono gruppi di israeliani che cercano di aiutare i palestinesi. Ma di Gaza è molto più difficile parlare. Immagina una donna che manifesta accanto a me. Suo marito potrebbe essere un ex pilota militare, suo figlio potrebbe servire in un’unità combattente e suo nipote potrebbe trovarsi proprio a Gaza. Il servizio militare riguarda quasi ogni famiglia e questo crea una sorta di silenzio collettivo. Pensavo che, quando la guerra fosse finita, la società israeliana avrebbe dovuto guardare a ciò che era accaduto a Gaza. Che sarebbe arrivato il momento in cui ci saremmo detti: Questo l’abbiamo fatto noi e dobbiamo assumerci la responsabilità. Oggi non ne sono più affatto sicuro.»
È critico anche nei confronti di alcune forme di solidarietà internazionale con i palestinesi. In particolare del boicottaggio culturale, che secondo lui può avere sui giovani israeliani un effetto opposto a quello voluto dai suoi sostenitori. «Immagina una ragazza israeliana di quattordici anni che ama una cantante straniera. E quella cantante annuncia improvvisamente che la sua musica non sarà disponibile in Israele. Che cosa ne ricaverà la ragazza? Che il mondo la rifiuta perché è israeliana. Questo potrebbe rafforzare ulteriormente la sua convinzione che tutti siano contro Israele.» Secondo lui, però, l’isolamento culturale può privare la società israeliana proprio delle esperienze che aiutano a cambiare l’atteggiamento delle persone. Quando Arkady aveva undici anni visitò un museo a Bilbao. Si fermò davanti a uno dei dipinti di Jean-Michel Basquiat che raffigurava la violenza della polizia: «Stavo lì davanti e piangevo. Anche esperienze di questo tipo hanno plasmato le mie convinzioni politiche.»
Dai movimenti di protesta europei non si aspetta indulgenza nei confronti di Israele. Al contrario, chiede una pressione politica più concreta: «Penso che sarebbe molto più efficace se i movimenti di protesta europei chiedessero ai propri governi misure concrete. Per esempio, limitare il commercio di armi con Israele. Non basta esprimere solidarietà ai palestinesi e allo stesso tempo continuare i rapporti commerciali militari.»
E con questo smalto rosa volete sconfiggere Bibi?
Sabato sul lungomare di Tel Aviv si sono riversate le persone dirette a fare una passeggiata serale. Tra loro si muovono a zigzag attivisti con magliette di un rosa acceso, che attraverso performance coinvolgono i passanti in una discussione sull’importanza delle elezioni imminenti. «Quando vieni a una manifestazione solo per sfogare la rabbia, te ne vai esausto. Ma quando crei qualcosa che ti diverte, ha un senso e coinvolge gli altri, vuoi tornare. È così che si può mantenere viva una protesta», dice Yaniv, artista e designer, nonché fondatore del movimento queer femminista Pink Front, nato durante le proteste contro il governo davanti alla residenza di Netanyahu nel 2020. Yaniv Segal ricorda che allora le manifestazioni erano dominate da persone anziane, bandiere nere e rabbia. Insieme ad altri artisti, donne e attivisti queer, iniziarono a portare nelle proteste costumi rosa, tamburi e performance teatrali.

«Mio padre è di destra. Spesso non siamo d’accordo politicamente. Quando abbiamo iniziato a protestare davanti alla residenza di Netanyahu, avevo i capelli rosa. Una volta ero dai miei genitori e ho chiesto a mia madre di dipingermi le unghie di rosa. Mio padre mi ha guardato e mi ha chiesto: “E così vuoi sconfiggere Bibi? Con lo smalto rosa?”. Gli ho risposto: “Senza lo smalto rosa ci abbiamo già provato e non ha funzionato. Perché non provare con lui?”»
All’inizio una parte dei manifestanti lo considerava un modo per sminuire la situazione. Yaniv è però convinto che proprio la creatività e l’arte come strumenti di resistenza politica possano dare energia alle proteste e attirare nuove persone. «Se usi la violenza contro i poliziotti, loro sanno esattamente come reagire. Ma se davanti a loro c’è un gruppo di persone allegre in costumi rosa, che cosa faranno? Inizieranno a picchiarle?» ride e saluta i passanti, che prendono da lui un volantino con l’invito a partecipare alle elezioni.
Come esempio cita la protesta contro lo scandalo di corruzione legato all’acquisto di sottomarini. Gli attivisti di Pink Front portarono davanti alla residenza del primo ministro un enorme sottomarino gonfiabile e, quando i poliziotti lo sequestrarono, divennero loro stessi, involontariamente, parte di uno spettacolo assurdo. «Attraversarono la città con un enorme sottomarino gonfiabile legato alla loro auto. Sul sottomarino c’era scritto: “Netanyahu è corrotto”. Questa è la cosa straordinaria dell’arte: se la lasci agire, funziona. E se provi a reprimerla, può funzionare ancora meglio. Perché combattere contro l’arte è semplicemente ridicolo.»
Al banchetto di Pink Front, con una bandiera israeliana rosa e un cuore al posto della stella di David, arriva un uomo anziano che con voce aspra dice che voterà in modo da sopravvivere. L’attivista con la maglietta rosa gli risponde gentilmente augurandogli buona fortuna.
Yaniv considera importante l’esistenza di un’intera gamma di movimenti civici. Hanno compiti diversi e hanno bisogno gli uni degli altri. Quando la polizia arresta qualcuno, intervengono gli avvocati di un’altra iniziativa. Altre organizzazioni lavorano con il pubblico o in parlamento. Le singole organizzazioni non devono fare la stessa cosa per essere parte di uno sforzo civico comune.
«Naturalmente ci odiamo tra noi!» Yaniv ricorda ridendo lo stereotipo della scena israeliana di centrosinistra e di sinistra, «ma quando serve sappiamo collaborare. Tra i diversi gruppi esiste naturalmente tensione. A volte mi chiedo: Mio Dio, che cosa stanno facendo di nuovo? Ma poi mi ricordo che siamo dalla stessa parte. Non ha senso attaccare i propri alleati.»

Yaniv sospira e continua: «La sinistra israeliana si trova in una situazione piuttosto assurda. In patria ci odiano perché siamo troppo di sinistra. All’estero ci rifiutano perché siamo israeliani. Spesso le persone non vedono quanto siano diverse le opinioni presenti nella società israeliana. A volte penso di averne abbastanza, di voler partire e di non voler avere nulla a che fare con ciò che fa il governo israeliano. Ma poi mi rendo conto che nemmeno all’estero smetterò di essere israeliano. E che qui ci aspetta ancora una quantità enorme di lavoro.»
Il coordinamento delle attività deve funzionare anche durante le manifestazioni. Durante una marcia contro il governo per la liberazione degli ostaggi, Pink Front camminava in testa al corteo, suonava i tamburi e cantava, mentre dietro di loro avanzavano migliaia di persone. Lungo il percorso c’erano contemporaneamente altri manifestanti con le fotografie dei bambini palestinesi uccisi a Gaza. Yaniv si rese conto di non poter continuare con il corteo rumoroso, quasi carnevalesco, passando davanti alle loro fotografie. Alzò le bacchette e fece segno ai percussionisti di smettere di suonare. «Ci fermammo e tacemmo completamente. Passammo in silenzio davanti ai manifestanti con le fotografie dei bambini uccisi e ne onorammo la memoria con un momento di silenzio. Solo dopo proseguimmo.»
Lascio Israele con la sensazione di lasciarmi alle spalle persone che, nonostante tutto, continuano a difendere i valori ai quali si richiama anche la società liberale europea, ma sui quali una parte di essa ha ormai rinunciato. Ingiustamente. La società civile liberale e di sinistra israeliana non è omogenea. I suoi rappresentanti differiscono per opinioni, metodi e ambiti ai quali dedicano i propri sforzi. Le loro attività, tuttavia, spesso si completano a vicenda e sono unite dalla determinazione a non rinunciare alla responsabilità per il futuro del proprio Paese.
Del resto, come mi ha raccontato Arkady alla fine della nostra conversazione, divertito: «Immagina che recentemente ci abbiano chiamato alcuni attivisti dalla Germania. Lì si prepara un aumento del numero di persone chiamate alle armi e si sono rivolti a noi. Ci hanno telefonato per chiederci consiglio su che cosa fare.»
E soprattutto: se i movimenti europei filopalestinesi aspirano a un cambiamento reale, non dovrebbero ignorare coloro che lottano per i principi democratici e per i diritti dei palestinesi direttamente in Israele. Proprio la collaborazione con la società civile locale, che nonostante il proprio trauma rifiuta di rinunciare alla responsabilità per il futuro del Paese, può essere una delle vie verso un cambiamento non violento.
Il testo fa parte del progetto PERSPECTIVES – un nuovo marchio per un giornalismo indipendente, costruttivo e multiprospettico. Il progetto è finanziato dall’Unione europea. Le opinioni e le posizioni espresse sono quelle dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente le opinioni e le posizioni dell’Unione europea o dell’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura (EACEA). Né l’Unione europea né l’EACEA si assumono alcuna responsabilità per esse.