Caccia al colpevole: le proteste francesi e la politica della delegittimazione del dissenso

Kapitál
Caccia al colpevole: le proteste francesi e la politica della delegittimazione del dissenso

L’indignazione per la violenza si trasforma in una gara a stabilire quale violenza sia ancora accettabile, chi meriti compassione e chi invece soltanto il manganello.

Ogni società che si trova in crisi ha bisogno di un colpevole. Di qualcuno verso cui puntare il dito e che si possa condannare prima ancora di riuscire a chiederci che cosa sia realmente esploso e chi abbia continuato per anni ad alimentare il calderone metaforico. Oggi questo meccanismo si ripete nelle strade della Francia: l'indignazione per la violenza si trasforma in una gara per stabilire quale violenza sia ancora ammissibile, chi meriti compassione e chi ormai soltanto il manganello.

Il colpevole deve essere evidente, astuto e al tempo stesso irrazionale, con un volto che si possa facilmente trasformare nel simbolo del disordine. È molto più difficile, infatti, puntare il dito contro un sistema capace di chiamare ordine la propria violenza. E di considerare quella altrui la prova che l'ordine debba essere rafforzato ancora di più. Le immagini delle strade parigine in fiamme o delle vetrine infrante riescono, anche senza parole, a dire molto più dei commenti politici. Da tutto lo spettro politico si levano lamenti: che cosa può mai avere in comune il saccheggio con l'istruzione? È ora di acciuffare i colpevoli. È ora di ristabilire l'ordine.

Parigi come incubo europeo

La Francia, e soprattutto Parigi, rappresenta un palcoscenico straordinariamente adatto alla tesi della destra sui pericoli del multiculturalismo. Nelle rappresentazioni occidentali della civiltà figura come un antico simbolo culturale dell'Europa, estrapolato dal proprio contesto sociale e politico. Il pubblico straniero, nutrito di informazioni sulle proteste da algoritmi progettati per generare profitto, rimane perplesso. La romantica Parigi piena di baguette e di bianchi barbuti con il basco davanti agli occhi si trasforma in un campo di battaglia fumante. Ma come è possibile che si tratti di proteste di studenti e studentesse francesi, se indossano tute nere e kefiah?

Quando però abbandoniamo queste infantili rappresentazioni dell'estero, ci ritroviamo in un ambiente che ha spinto centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade. Nelle scuole mancano insegnanti, le classi sono sovraffollate e gli edifici cadono a pezzi. Nelle aree svantaggiate gli studenti devono inoltre fare i conti con bagni guasti, la mancanza delle attrezzature di base o temperature insopportabili nelle aule. La disuguaglianza si riproduce così già dai banchi di scuola: ci si aspetta dai giovani che si conquistino il futuro, sebbene lo Stato non fornisca loro le condizioni per raggiungerlo. La brutalità della polizia e gli interventi sproporzionati delle forze dell'ordine rappresentano poi un ulteriore strato della realtà francese, nella quale l'insoddisfazione sociale si scontra con la risposta repressiva dello Stato.

La contraddizione tra queste due immagini della Francia è acuita dalla sua stessa cultura politica e dalla predilezione per le proteste, che successivamente chiamano a raccolta i moralizzatori di tutto il mondo. L'ethos rivoluzionario, per quanto indebolito dai limiti della democrazia liberale, spinge i cittadini francesi nelle strade per protestare contro le cattive condizioni e i politici inaffidabili. Nel frattempo, nel discorso pubblico trovano spazio, con ostinazione incrollabile, le rappresentazioni di un'assimilazione fallita dei migranti in una nazione pacifica e civilizzata. La violenza, si dice, arriva con loro. I giovani picchiati finiscono nelle celle della polizia, i sindacati si mobilitano, le strade vengono invase dai gas lacrimogeni e le immagini delle vetrine infrante o dei cassonetti in fiamme riempiono gradualmente i titoli dei più autorevoli quotidiani del mondo. Marchons, marchons...

La caccia al colpevole

È ora di intervenire. Il linguaggio della razionalità statale e delle fantasie della destra sull'invasione etnica fabbricano di pari passo l'immagine del colpevole, il barbaro. I quotidiani pubblicano a spron battuto. L'opinione pubblica è dopotutto fondamentale per stabilire la legittimità della resistenza. In nome dell'ordine, dopo intense repressioni statali, vengono rappresentate due forze indomabili, che si distinguono per un'ammirevole organizzazione e al tempo stesso per un'irrazionale istintività. Quest'ultima evoca la categoria morale dell'inciviltà. In breve, si tratta di un'espressione resa famosa dall'estrema destra francese: «barbarie islamo-sinistra». Il nemico interno stringe patti con il nemico esterno. La tecnocratica classe dirigente statale guidata dal presidente Emmanuel Macron mette le cose in chiaro: si tratta di un attacco del più alto livello, ovvero di «azioni politiche e sediziose di gruppi di estrema sinistra con l'obiettivo di rovesciare la Repubblica». La protesta è ufficialmente illegittima; per favore, se avete bisogno di esprimere civilmente la vostra opinione, prendete il numero, vi serviremo tra poco. È dopotutto logico: il buon senso impone di obbedire a regole razionali. Possono protestare soltanto i gruppi dotati di autorità legittima. E su quest'ultima può decidere soltanto lo Stato. Aspettate un attimo, dov'è finito il movimento studentesco?

Nel frattempo, nelle narrazioni ufficiali la giovane generazione ha assunto una forma scissa, gianica. Da un lato c'è il gruppo moralmente puro (leggasi bianco) degli studenti, animato da buone intenzioni e con un sorriso infantile sul volto, il cui nobile obiettivo è stato strumentalizzato da un mitico gruppo di vandali. La destra più cinica la vede diversamente. Ai giovani mancano semplicemente patriottismo e guerra. Le bandiere palestinesi indicano chiaramente l'orientamento politico degli studenti. Sono pur sempre gli stessi astuti neomarxisti, condotti al macello dall'«empatia suicida» e dall'assenza di un razionale istinto di autoconservazione. E se lo meritano. In entrambe le interpretazioni, il loro ruolo e le loro richieste restano in secondo piano. Lo spazio per definire la propria posizione da parte degli studenti è stato notevolmente ristretto. Nei video virali delle violenze nelle strade, a quanto pare, non ci sono studenti perbene; l'attenzione si concentra sui presunti migranti di mezza età. Dov'è dunque la gioventù? Alla luce delle testimonianze, è assai possibile che sia proprio in una cella o al pronto soccorso.

Violenza e ordine

Non c'è forse nulla di più facile che rimproverare pubblicamente il saccheggio. E non servono complessi esperimenti mentali per comprendere come l'ottica, l'inviolabilità della proprietà e l'interruzione della vita quotidiana influenzino la percezione della legittimità delle proteste. Nonostante i danni realmente verificatisi, la reazione ai negozi saccheggiati e agli edifici incendiati – come, ad esempio, il municipio di Limoges –, ci dice più sul simbolismo del crollo delle certezze e dei valori, di cui sarebbe responsabile la presunta «invasione dei barbari». Che ci schieriamo con la posizione dell'autrice Vicky Osterweil, il cui libro inquadra il saccheggio durante le proteste di massa come un atto politico di resistenza contro l'iniqua distribuzione della ricchezza e la sacralità della proprietà privata, oppure che consideriamo il saccheggio un fenomeno collaterale brutto ma prevedibile delle proteste di massa e speculiamo sul fatto che magari dietro ci fossero gli stessi poliziotti, in fin dei conti è irrilevante. Questa distinzione, dopotutto, non conta, perché la narrazione ufficiale del crollo della civiltà occidentale è nata molto prima che sui titoli cominciassero ad apparire immagini di violente aggressioni ai danni di anziani generate dall'intelligenza artificiale o video di strade e vetrine distrutte.

L'imperativo categorico di punire la colpa e la disobbedienza ci accompagna costantemente. Sarebbe ingenuo cercare un pacifismo benevolo dietro gli appelli contro la violenza della folla. L'atmosfera sociale di ansiosa attesa del crollo della civiltà o delle «minacce ibride» è alimentata dai discorsi delle élite sulla securitizzazione, così come dall'enfasi algoritmica o mediatica sulla violenza. Che cosa genera più profitto della colpa degli «altri», che spinge una persona a esprimere pubblicamente la propria superiorità morale? Dopo un certo tempo, la sofferenza mediatizzata smette di indignare, scioccare o divertire il pubblico. Si normalizza. Tuttavia, l'ethos morale e gli appelli alla giustizia costruiscono un senso di sicurezza. Allo stesso modo, sotto la maschera del contrasto alla minaccia onnipresente si nasconde una sorveglianza tecnologica sempre più intensa. La società è pronta a punire e lo Stato non vede l'ora. È davvero un caso che il tema della pena di morte venga invocato (al di fuori degli Stati Uniti) ormai anche nel contesto di un'«Europa che si radicalizza»? È dopotutto ora di fare ordine.

Chi con chi, e contro chi?

Nell'attuale linguaggio politico la solidarietà è sempre più spesso sospetta, soprattutto quando oltrepassa i confini della nazione, dell'etnia o dell'identità culturale. Al contrario, la solidarietà con coloro che possono essere presentati come membri del proprio gruppo può diventare un dovere morale. La coesione sociale viene allora intesa soprattutto come la coesione di coloro che, a quanto si dice, appartengono naturalmente gli uni agli altri. Le proteste francesi hanno messo in luce tanto la coesione della società quanto la sua atomizzazione. Mentre nelle strade di Parigi manifestanti provenienti da ambienti e strati diversi dimostrano, uniti dalla convinzione del senso della resistenza comune, nel dibattito pubblico si levano lamenti sulla perdita dell'omogeneità della nazione francese e sull'antagonismo inconciliabile all'interno delle proteste stesse. Le immagini della colpa e della punizione accompagnano il dibattito nelle sembianze di un severo carnefice pronto a intervenire. Dopotutto, è lo Stato a decidere della colpa. E lo Stato non tollera la profanazione dell'autorità.  

Il testo è stato realizzato con il sostegno della Friedrich Ebert Stiftung, rappresentanza nella Repubblica Slovacca