Come le Big Tech si sono rese praticamente intoccabili in Europa

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Come le Big Tech si sono rese praticamente intoccabili in Europa

Oltre a realizzare profitti colossali, orientare il dibattito pubblico e diffondere disinformazione, i colossi della tecnologia sembrano essere al di sopra della legge. Anche perché hanno contribuito a crearla.

La Big Tech può ancora essere chiamata a rispondere delle proprie responsabilità etiche, civili e penali? Gli eventi di quest’estate in Irlanda hanno messo la questione in netto rilievo. Il 16 agosto, cinque adolescenti sono morti sull’autostrada M9, dopo aver guidato contromano su un’auto rubata mentre si filmavano. Questo comportamento è legato a una tendenza virale su TikTok, dove i giovani si riprendono mentre guidano deliberatamente contromano sulle autostrade. Lo fanno per ottenere “mi piace” sui social media, cosa che rafforza la loro autostima.

La tragedia ha riacceso il dibattito su questi video e sul ruolo delle piattaforme sulle quali vengono condivisi. La commissione parlamentare per i media dell’Oireachtas, il parlamento irlandese, ha invitato le piattaforme a spiegarsi. TikTok inizialmente ha rifiutato due inviti, prima di cambiare idea. Il 23 settembre, i suoi rappresentanti hanno preso posto accanto a quelli di Meta e Google. X non ha partecipato. Il cambio di posizione di TikTok è arrivato solo dopo una forte pressione pubblica.

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Non era la prima volta che accadeva qualcosa di simile. Nel gennaio 2026, il social network di Elon Musk, X, aveva già rifiutato di spiegarsi davanti alla stessa commissione a proposito di Grok, il suo strumento di intelligenza artificiale (IA), accusato di consentire la creazione di immagini sessualizzate di persone reali. Durante le elezioni presidenziali irlandesi dell’ottobre 2025, le piattaforme social hanno rimosso soltanto 13 degli 85 contenuti segnalati come disinformazione dalla sezione irlandese dell’Osservatorio europeo dei media digitali.

L’episodio rivela un deficit democratico che affligge l’intera Europa. I rappresentanti eletti possono invitare, interrogare e sfidare i giganti della tecnologia. Tuttavia, raramente possono costringerli a presentarsi e, ancora meno, a fornire risposte sostanziali alle domande.

Invitare non equivale a obbligare

L’esempio più significativo di questa situazione è ancora in corso. Dal 2021, Amazon ha ripetutamente rifiutato di presentarsi davanti alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali del Parlamento europeo, che voleva interrogare l’azienda sulle condizioni di lavoro nei suoi magazzini. Nel febbraio 2024, il Parlamento ha revocato i badge di accesso ai 14 lobbisti di Amazon – la prima volta da un caso che aveva coinvolto Monsanto nel 2017.

Nonostante il divieto, i rappresentanti dell’azienda con sede a Seattle hanno tenuto almeno 66 incontri con eurodeputati l’anno successivo, secondo Transparency International. E Amazon è stata la grande azienda tecnologica che ha incontrato più spesso gli alti funzionari della Commissione nella prima metà del 2025: 43 volte. Eppure, nel giugno 2025, non ha inviato i suoi dirigenti all’udienza dalla quale dipendeva la revoca del divieto.

Testimoniare non significa collaborare

Nel febbraio 2025, Google, TikTok, Meta e X sono comparsi davanti alla commissione per la scienza e la tecnologia della Camera dei Comuni britannica. In quella sede si sono rifiutati di fornire informazioni chiare su vari temi, tra cui la monetizzazione di contenuti falsi e dannosi; i metodi degli inserzionisti; il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione; e la moderazione dei contenuti. I politici presenti sono rimasti frustrati. Un’udienza senza risposte adeguate è una forma di ostruzionismo più sottile del netto rifiuto di parlare – e più difficile da sanzionare.

Un caso in Polonia mostra quanto assurda possa diventare questa scappatoia. Su Facebook, video falsi generati dall’IA mostrano il presidente Karol Nawrocki mentre promuove schemi di investimento fraudolenti. A settembre, una commissione del parlamento polacco ha convocato Meta affinché rispondesse dell’abuso. L’azienda non ha partecipato, cosa consentita dalla legge polacca. Eppure era stato proprio Nawrocki, a gennaio, a porre il veto alla legge che attuava il Digital Services Act europeo (DSA). Secondo lui, costituiva una “censura amministrativa”. Una nuova versione è stata firmata solo a settembre.

Non potendo convocare l’azienda con un ordine giudiziario, la Polonia sta cercando altri mezzi di pressione. Rafał Brzoska, fondatore dell’azienda di logistica e corrieri InPost e vittima a sua volta di pubblicità ingannevoli, propone che qualsiasi piattaforma che tragga profitto da una truffa paghi il 150% dei ricavi generati. Quasi 190.000 persone hanno firmato la sua petizione.

Alla fine di agosto, Varsavia ha chiesto alla Commissione europea di imporre a Meta una sanzione di 250 milioni di euro: un’indagine condotta dalla squadra nazionale polacca per la cybersicurezza ha rilevato che Meta non aveva rimosso 106 dei 122 annunci segnalati come fraudolenti.

Francia e Italia: le due più dure

La capacità dei parlamenti nazionali di obbligare le aziende tecnologiche a comparire davanti a loro – e a collaborare – varia considerevolmente da un Paese all’altro. In Irlanda e Polonia, i ripetuti rifiuti di comparire non hanno prodotto sanzioni formali. All’estremo opposto si trova la Francia.

Le commissioni parlamentari d’inchiesta francesi hanno veri poteri coercitivi: i testimoni sono legalmente obbligati a comparire, prestare giuramento e rispondere alle domande loro rivolte, e il rifiuto costituisce un reato. Tuttavia, comparire sotto giuramento non impedisce di dare risposte evasive o di trattenere documenti. Inoltre, i dirigenti possono prendere tempo e ricorrere all’aiuto dei loro avvocati. L’effetto può essere quello di trasformare la sala dell’udienza in un teatro nel quale va in scena una versione vuota e farsesca dell’assunzione di responsabilità.

Il caso dell’Italia è simile. Le principali piattaforme compaiono regolarmente davanti alle commissioni ordinarie del parlamento italiano, che non dispongono dei poteri coercitivi di un tribunale. Al contrario, le commissioni parlamentari d’inchiesta italiane operano “con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria” (come stabilito dall’articolo 82 della Costituzione). La distinzione non è soltanto teorica: quest’anno il Senato italiano ha istituito una commissione d’inchiesta sulla diffusione intenzionale e massiccia di informazioni false online e sui suoi effetti sul diritto all’informazione e sulla formazione dell’opinione pubblica.

Un labirinto giuridico

Non è quindi un caso che la maggior parte dei giganti tecnologici statunitensi abbia la propria sede centrale dell’UE in Irlanda. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’UE (GDPR) ha creato un meccanismo “a sportello unico” che attribuisce la competenza normativa al Paese in cui si trova la sede centrale europea di un’azienda. Ospitando le sedi europee di Meta, Google, TikTok e altre aziende, l’Irlanda è diventata di fatto il regolatore del continente. L’effetto è stato quello di lasciare in gran parte impotenti le altre autorità nazionali sulle questioni disciplinate dal GDPR.

Dall’introduzione del GDPR nel 2018, la Commissione irlandese per la protezione dei dati ha assunto la guida nell’89% delle 2.459 denunce transfrontaliere ricevute, secondo i dati raccolti da The Journal. Quando l’autorità francese per la protezione dei dati, la CNIL, ha imposto a Meta una multa di 60 milioni di euro per l’uso dei cookie, l’azienda ha invocato lo sportello unico del GDPR per contestare la competenza francese. Il ricorso non ha avuto successo, ma l’argomentazione ha mostrato come le aziende possano sfruttare creativamente l’architettura della normativa europea per limitare la portata di qualsiasi autorità nazionale di regolamentazione.

Le cose possono andare diversamente quando i dirigenti della Big Tech sono coinvolti fisicamente. Pavel Durov, fondatore della piattaforma di messaggistica Telegram, per anni si era rifiutato di collaborare con i tribunali francesi quando è stato arrestato all’aeroporto parigino di Le Bourget nell’agosto 2024. Tra le accuse a suo carico figurava esplicitamente il rifiuto di collaborare con le autorità giudiziarie. Nel mese successivo al suo arresto, Telegram ha invertito la sua politica di lunga data e annunciato che avrebbe iniziato a condividere i dati degli utenti con le autorità dietro presentazione di un valido ordine giudiziario. La lezione era chiara: uno Stato nazionale può imporre la collaborazione – ma solo quando riesce a raggiungere fisicamente la persona responsabile.

Le prove digitali

La maggior parte delle richieste di prove digitali non finisce in questo modo. Una circolare del ministero della Giustizia francese pubblicata nell’aprile 2026 ha riconosciuto la persistente difficoltà di ottenere dati dai fornitori stranieri di servizi digitali. Ha invitato i pubblici ministeri a inoltrare le richieste tramite Eurojust, Europol e magistrati di collegamento internazionali quando le richieste dirette falliscono.

L’esperienza dell’Austria con l’Appeals Centre Europe mostra la stessa tendenza a livello normativo. ACE, con sede a Dublino, è l’organismo di risoluzione delle controversie dell’UE, istituito dal DSA e avviato nel novembre 2024. Aiuta gli individui a contestare le decisioni delle piattaforme sulla rimozione dei contenuti. ACE ha ottenuto un successo limitato nella collaborazione con Meta, ma ha trovato un muro quasi invalicabile nel caso di YouTube: sono state risolte solo 29 delle 343 controversie ammissibili riguardanti la piattaforma video.

La principale leva dell’ACE è finanziaria: le piattaforme devono pagare una tariffa per l’elaborazione di ogni controversia, attualmente pari a circa 300 euro. Un dipendente dell’ACE ha descritto questa tattica a Der Standard come l’“effetto zanzara”: importi individualmente trascurabili, collettivamente irritanti e ben lontani dall’essere decisivi. Inoltre, le decisioni del centro non sono giuridicamente vincolanti.


Lo stesso schema si ripete in tutta l’UE: le piattaforme collaborano solo quando è nel loro interesse farlo, o quando il costo del rifiuto diventa troppo alto


La Commissione europea, al contrario, ha i denti. Il 5 dicembre 2025 ha imposto a X una multa di 120 milioni di euro, in particolare per aver ostacolato l’accesso dei ricercatori ai suoi dati. Ha mosso accuse simili contro TikTok e Meta.

Il DSA consente alla Commissione di chiedere dati, documenti e accesso ai sistemi. Non consente a un parlamento di convocare con un ordine formale un dirigente di alto livello. Già nel 2018 il Parlamento europeo aveva espresso rammarico per il rifiuto di Facebook di inviare alle sue audizioni rappresentanti con un’adeguata anzianità. Da allora, su questo punto, nulla è cambiato.

Scrivere le regole invece di limitarsi a seguirle

Il persistente vuoto normativo ha un’altra spiegazione: le aziende interessate esercitano la propria influenza sulla potenziale regolamentazione. La spesa del settore per il lobbying a livello europeo è aumentata da 113 milioni di euro nel 2023 a 151 milioni nel 2025. Le sue prime dieci aziende spendono il triplo delle prime dieci dei settori farmaceutico, finanziario e automobilistico messi insieme.

Secondo il Corporate Europe Observatory, SOMO e LobbyControl, uno dei cinque partecipanti ai seminari della Commissione sul Digital Markets Act aveva legami con le aziende regolamentate dal DSA.

Quando il lobbying diretto si dimostra insufficiente, il settore finanzia intermediari terzi – alleati accademici, associazioni di categoria e think tank – per rimodellare le narrazioni normative senza lasciare tracce visibili. Il “pacchetto omnibus digitale”, presentato dalla Commissione europea il 19 novembre 2025, ne offre la dimostrazione più chiara. Il Corporate Europe Observatory e LobbyControl lo hanno confrontato, articolo per articolo, con le posizioni dei gruppi di pressione: le proposte della Commissione erano sorprendentemente allineate con quelle dei giganti della tecnologia.

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Tra queste figurava una richiesta di DigitalEurope di riclassificare i dati pseudonimizzati come dati non personali – cosa che li esenterebbe dalle tutele del GDPR e li renderebbe disponibili per l’addestramento dei sistemi di IA. Un altro esempio: il diritto di accesso ai propri dati sarebbe limitato nei casi di “abuso”, una disposizione suggerita da Google in un documento indirizzato al governo tedesco. Secondo l’organizzazione per la protezione dei dati Noyb, il 90% delle richieste di accesso non viene già soddisfatto.

La Commissione europea, dal canto suo, ritiene necessaria la semplificazione. Nel suo rapporto sulla competitività, lo stesso Mario Draghi ha individuato nel GDPR e nel Regolamento sull’IA ostacoli all’innovazione europea. Il sostegno a questa posizione va oltre gli ambienti industriali: il 16 giugno 2026 il Parlamento europeo ha adottato la sezione sull’IA del disegno di legge omnibus con 423 voti contro 57, sulla base di una relazione presentata dal Partito popolare europeo (conservatore) e da Renew (liberale).

Il testo vieta le applicazioni di deepfake di nudità basate sull’IA. Tuttavia, rinvia alla fine del 2027 qualsiasi obbligo relativo ai sistemi “ad alto rischio” – un rinvio per il quale Meta si era battuta. La sezione sui dati resta in discussione.

Una preoccupante asimmetria

Lo stesso schema si ripete in tutta l’UE: le piattaforme collaborano solo quando è nel loro interesse farlo, o quando il costo del rifiuto diventa troppo alto. Il caso Telegram ricorda che la giurisdizione fisica conta ancora. La multa imposta a X mostra ciò di cui è capace la Commissione. E l’esperienza della Polonia suggerisce che il denaro sia una leva più efficace della reputazione. Ottenere risultati in questo campo significa usare il pugno duro.

Eppure, il Parlamento europeo non è ancora in grado di obbligare i dirigenti di Meta a spiegare la suddetta richiesta di rinviare gli obblighi relativi ai sistemi ad alto rischio. È un’asimmetria che il diritto europeo non ha ancora risolto. 

🤝 Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto collaborativo europeo PULSE. Noel Baker (The Journal Investigates, Irlanda), Hannah Krause (Der Standard, Austria), Justė Ancevičiūtė (Delfi, Lituania), Rafał Górski (Gazeta Wyborcza, Polonia), Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore, Italia) e György Folk (EUrologus, Bruxelles) hanno contribuito alla sua realizzazione.
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