La delusione per un sogno realizzato. Perché litighiamo su Adéla

Kapitál
La delusione per un sogno realizzato. Perché litighiamo su Adéla

Il successo globale di Adele è una storia di talento e duro lavoro, o il risultato di privilegi? Le sue registrazioni rivelano tuttavia una lotta molto più complessa: tra autenticità, disarmonia familiare, oggettificazione sessuale e un’industria capace di trasformare in prodotto persino la propria critica.

L’irruzione unica della cantante slovacca Adéla Jergová ai vertici delle classifiche americane e britanniche ha suscitato accesi dibattiti anche da noi. È un’outsider, una ragazza dell’Europa orientale che grazie al talento e al duro lavoro è arrivata in cima, oppure una figlia nata con il cucchiaio d’argento in bocca e quindi la dimostrazione che il denaro può comprarvi tutto – lezioni di balletto a Mosca fin dall’età di tre anni, la partecipazione a reality show americani e infine anche un posto ai vertici delle classifiche Billboard?

Le controversie su Adéla nascono da una certa incomprensione, poiché Adéla non ha mai sostenuto di provenire da un ambiente povero. La sua hit Ain’t in L.A., con il videoclip girato in un complesso residenziale di Petržalka, può suscitare questa impressione, ma in realtà è un omaggio a sua madre e ai suoi sogni irrealizzati di una carriera nella musica pop; sogni che Adéla realizza una generazione dopo. Se avete ascoltato solo questa canzone, è facile non accorgersi del passaggio dalla prima persona, in cui Adéla canta per tutto l’album, alla terza persona nel finale di Ain’t in L.A.. Prendiamolo dunque come uno spunto per dedicarci più approfonditamente alle sue due registrazioni – l’EP The Provocateur (2025) e l’album PRIMA (2026). Sorprendentemente, ne vale abbastanza la pena.

La storia delle origini

Cominciamo con una nota biografica. Il padre di Adéla è l’ex manager degli investimenti di Penta e amministratore di una clinica IVF, Ján Jerga. Questo induce a facili conclusioni: è una ragazza di famiglia ricca, la cui carriera è soltanto un altro vistoso investimento del capitalismo predatorio che prosciuga le risorse comuni. Le canzoni di Adéla, tuttavia, non indicano alcun idillio; al contrario, suggeriscono una notevole disarmonia familiare. In Red Bottoms canta dei suoi «dad issues» e in Therapy di quanto sia arrabbiata con il padre e di come voglia trasferire la madre lontano dalla Slovacchia. Homewrecked allude all’infedeltà in famiglia: «Conti dell’hotel e lenzuola sporche / Diceva di avere un sospetto / Ma io dicevo “certo che no, mamma, ti prego” / Giovane e ingenua / Mi fa arrabbiare non averlo potuto vedere». E sembra rivolgersi al padre: «Eri stato avvertito / Stai attento, ti prenderò, insieme a quella sporca puttana». Non conosciamo i dettagli, ma non sarebbe il primo manager a ridurre la cura della famiglia al pagamento degli alimenti.

Lei stessa racconta la propria storia delle origini nella prima canzone dell’album PRIMA, KGB: si presenta come un elemento determinato, sfacciato ed estraneo, che ha studiato l’industria popculturale americana ed è riuscita a infiltrarsi al suo interno. «Sono come una spia / Ho studiato quella merda / Chiamatemi K-G-Bitch». I beat edonistici si intrecciano alle sfacciate modulazioni vocali non musicali di Adéla. L’atmosfera da festa viene interrotta nel videoclip solo dall’annuncio finale che si tratta di uno scherzo, che Adéla capisce che il KGB era cattivo e che sta dalla parte dell’Ucraina (a margine, riguardo alle sue posizioni politiche, si può anche ricordare che si è chiaramente schierata contro Trump e durante le midterm ha sostenuto i Democratici). KGB riprende in un certo senso DeathByDevotion da The Provocateur. In essa i densi sintetizzatori si mescolano a grida estatiche e il ritornello è come un incantesimo: «Forte / Saldamente / Dammelo / Dio, lo voglio». Il brano prevalentemente downtempo esplode entusiasticamente negli ultimi decine di secondi in beat danzanti, sfrenati e pulsanti. Il videoclip mostra Adéla durante un estenuante allenamento di balletto. Il dolore si mescola all’euforia, il duro addestramento è simultaneamente autodistruttivo e orgasmico, una cosa si trasforma nell’altra e poi di nuovo indietro.

The Provocateur è nel complesso una registrazione più interessante, divertente e (naturalmente) provocatoria di PRIMA. «Non avrai da me ciò che vuoi» sono le ostinate parole finali dell’ultima canzone, FinallyApologizing, di questo EP. Al contrario, PRIMA è pur sempre un album più calcolato e accessibile. La sovversione è presente in esso come gesto, ma sul piano dei contenuti è quasi completamente attenuata, fatta eccezione per un caso di cui parleremo più avanti. In Nicole Kidman, sognante e lenta, ci sono solo accenni di sarcasmo: «Ogni notte prego / Che i miei seni stiano al posto giusto». Qui Adéla allude anche al ruolo dell’attrice nel musical cinematografico Moulin Rouge (2001), mentre il film di Luhrmann ha certamente il potenziale per aprire temi come le differenze di classe e la mercificazione dell’arte; in rapporto alla canzone di Adéla, tuttavia, appaiono soltanto esteriori.

I’m the Man è una benevola variazione sul tema della dominanza nelle relazioni, «mi piacciono i ragazzi un po’ effeminati», ma non porta nulla di inquietante. In Marijuana la droga è una metafora dell’amore, e Hitachi non è un’ode al vibratore, come il titolo potrebbe suggerire, bensì una diretta ballata d’amore al pianoforte. Qui la provocazione sembra esserci soltanto per inerzia. Diversi fan di The Provocateur si sono lamentati del fatto che PRIMA sia un sell-out, ma la verità è che vendersi, in larga misura, è proprio il punto dell’attività nell’industria popculturale.

Dammi una gabbia

La cosa più interessante di Adéla è che tematizza direttamente questa natura sfruttatrice dell’industria popculturale. In MachineGirl riflette sulla percezione di lei come «ragazza antipatica» nella docuserie Netflix Pop Star Academy: Katseye. «E se lo chiedessimo al pubblico?», gesticola Adéla verso il panopticon consumistico oppressivo che osserva ogni suo passo e che sembra rispondere: «Un corpo vuoto proiettato / Il cervello lo troverete solo dietro le sue labbra / Il manifesto pop perfetto / Uno sforzo frainteso per diventare famosa». Il tema si ripete in Superscar e soprattutto in SexOnTheBeat, sulla sessuale oggettificazione. I sospiri pornografici di Adéla vengono disincarnati nello stile della musique concrète e diventano un supporto musicale disumano, quasi meccanico. Nel ritornello si gioca con l’allitterazione «rage / stage / cage»: «Dammi la rabbia / Dammi il palco / Dammi la gabbia / Io fornirò sesso a comando». Il passaggio al ritornello si rivolge direttamente al pubblico: «Mi servirò su un vassoio d’argento, baby / Penserai che l’ho scelto da sola / Solo da sola, solo da sola, solo da sola, solo da sola / Ti implorerò di feticizzarmi / Non mi importa se vuoi scoparmi o salvarmi / Piegami come vuoi».

Questa oscurità dell’EP ritorna in PRIMA soltanto nella penultima canzone, Therapy, che è l’ultimo brano in cui Adéla parla in prima persona – come ho già scritto, la hit solare e positiva Ain’t in L.A. parla di sua madre. Therapy non è nemmeno tanto pop: è un’antiballata scheletrica e mezzo diroccata, niente di divertente. «Non riesco davvero a cantare» sono le prime parole, immediatamente trasformate dalla produzione in un autotune ostentatamente dichiarato. Il resto è molto esplicito: «Vorrei trasferire qui mia madre / Ma non ho i soldi per farlo / E così parlo con le persone con cui devo parlare / Sono vecchi uomini bianchi e sono terribilmente fastidiosi / Ma hanno le chiavi del mio futuro / Quindi devo farlo comunque, perché è così che va la vita, eh».

Questa metacritica dell’industria popculturale dall’interno, naturalmente, non è né nuova né rivoluzionaria; potremmo considerare Madonna la sua pioniera (alla quale Adéla allude anche in Marijuana). L’industria manifesta la propria massima crudeltà nel fatto che riesce comunque a mercificare, promuovere e rendere parte del brand persino una critica rivolta al suo interno. Non può essere sconfitta sul proprio campo da gioco; l’unica via è andarsene e non giocare la sua partita. Ma questo richiede, quando ormai ci si trova direttamente al suo interno, di negare decenni di condizionamento culturale egemonico, presente fin dall’infanzia, e di riconoscere la falsità del sogno. E allo stesso tempo bisogna pur vivere di qualcosa.

La tragedia del successo perfetto

Per questo motivo, i dibattiti sul fatto che il successo di Adéla sia la storia di un’outsider che ha realizzato il proprio sogno grazie alla determinazione, oppure la storia di una ragazza arricchita che ha dimostrato il potere d’acquisto del capitale, mancano il punto. Alla domanda se abbiano contato di più i soldi, il talento o il duro lavoro, la risposta prosaica è: sì. Un simile dibattito, tuttavia, implica erroneamente che nell’industria popculturale possano esistere delle success stories. In realtà lì esistono soltanto catastrofi e tragedie. Alcune sono puramente distruttive, altre – e secondo me tra queste va inclusa anche Adéla – rivelano nel processo qualcosa di interessante sulle condizioni della propria nascita e quindi anche sul sistema politico-economico in cui tutti viviamo.

Detto più direttamente: Adéla suona come se fosse disillusa dal sogno che si è realizzato. Le sue canzoni migliori sembrano catturare due desideri contraddittori: da un lato comunicare qualcosa della propria autentica umanità attraverso il muro della produzione oppressiva, dall’altro il desiderio di fondersi estaticamente con la maschera di marketing che è stata creata per lei. Conservare la propria individualità e allo stesso tempo trasformarsi in un prodotto perfetto. Il selling out è una soluzione allettante al dilemma della dignità umana, ma allettante più o meno quanto la morte è un’evasione allettante dal dolore. La «devozione» perfetta è davvero una forma di morte, un sacrificio durante la messa nera dell’arte capitalista; «death by devotion».

Adéla è una tragedia interessante nella pop music, perché attraverso le fessure della produzione filtra davvero l’umanità. Ci dice qualcosa di piuttosto banale: nemmeno il denaro e il successo garantiscono automaticamente la felicità. Un messaggio simile, naturalmente, non viene accolto molto calorosamente da coloro a cui mancano non solo la felicità, ma anche il denaro e il successo. Applicando un’analisi strettamente materialista, potrebbero muovere a tutto ciò un’obiezione simile a quella che Walter Benjamin rivolse un tempo a Proust, e cioè che egli «aveva fatto dell’arte il velo dell’unico e più importante mistero vitale della sua classe: il mistero economico». Benjamin, tuttavia, non si fermava mai soltanto a questo; comprendeva molto bene che non si può evitare la sovrastruttura, che se mai si dovesse arrivare al superamento del capitalismo, sarebbe necessario esaminare accuratamente la sovrastruttura e che il superficialismo economico non risolve nulla.

Proviamo dunque a precisare ancora di più il messaggio. Se l’industria popculturale prosciuga i talenti poveri, c’è qualcosa di romanticamente tragico: l’antica storia del buon cuore e dell’ingenuità cinicamente calpestati dai potenti. Ma se prosciuga ragazze sicure di sé, determinate e materialmente agiate, è tragico in modo terrificante, perché rivela molto più intensamente l’impersonalità e la meccanicità dell’industria. In fin dei conti è soltanto business.

La presenza di Penta come una delle possibili fonti della sua sicurezza materiale permette di collegare anche la storia della trasformazione postcomunista slovacca, nella quale, nell’ambito di una sorta di accumulazione originaria tardiva del capitale, alcuni uomini ben posizionati poterono saccheggiare i beni comuni. Se vi trovavate nel posto giusto ed eravate disposti a vendere faustianamente l’anima, la ricompensa era la prosperità. Il perfetto sell-out di sé stessi, richiesto nell’ambito della popcultura, è infine anch’esso una forma di questa transazione. Ma se alla fine rimangono famiglie distrutte e ragazzi esausti che realizzano sogni altrui, questa equazione si complica ulteriormente. Il risultato è una visione ancora più distopica, nella quale in realtà nessuno è felice. L’alienazione finisce per penetrare tutti gli strati della società.

Attraverso Adéla, questa specifica esperienza postcomunista si collega per la prima volta sistematicamente ai meccanismi del capitalismo culturale globale. Viviamo, con tutti questi strati sedimentati, l’ingresso sulla scena mondiale, e la gioia attesa per un semplice «Slovakia mentioned!» si unisce inaspettatamente alla disillusione. Adéla ci costringe in sostanza a una riflessione che può portare a problematizzare la pop music stessa, il mastodonte culturale egemonico che contribuisce a mantenere in funzione il capitalismo. Grazie a ciò si può dire che Adéla sia l’ideale avamposto slovacco ai vertici delle classifiche mondiali; difficilmente avrebbe potuto andare meglio.

I critici culturali di sinistra, naturalmente, non dovrebbero evitare di studiare le opere ascoltate dalle masse, che ne formano la coscienza, creano sogni e occupano l’attenzione. Ascoltare e riflettere sulle registrazioni di Adéla, su quella strana miscela di euforia, esaurimento, rabbia e giocosità, è certamente una delle cose più utili che si possano fare nell’ambito della pop music. E infine, vale la pena continuare a seguirla: come ho scritto, l’unico modo per combattere la mercificazione perfetta è, alla fine, non giocare la sua partita. E sembra che Adéla non abbia ancora rinunciato a cercare possibili vie di fuga.

Autore è filosofo e giurista

Il testo fa parte del progetto PERSPECTIVES - un nuovo marchio per un giornalismo indipendente, costruttivo e multiprospettico. Il progetto è finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse sono quelle dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente le opinioni e le posizioni dell’Unione europea o dell’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura (EACEA). Né l’Unione europea né l’EACEA si assumono alcuna responsabilità al riguardo.